
El Cann sorpreso da Spalletti al quale avanza pure di ridere
Per la verità avevo postato sul blog la foto di un amico che ogni mattina mi augura simpaticamente il buongiorno. E non è il solo. Lo fa anche Pierluigi Marzorati, che peserà la metà di Icio. Il quale però si è messo a dieta e avrà perso in tre mesi sì e no cinquanta grammi, come del resto Nico e Nino che hanno un bel pancione, eppure raccontano di mangiare poco o niente. Se non un frutto a pranzo e un formaggino a cena. Ad essere sincero non vedo Icio da parecchi mesi, però mi hanno detto che è sul serio dimagrito di mezzo quintale. Bene, bravo: sette più. Come cantavano Cochi e Renato. Se invece siete curiosi di sapere quanti chili sono, ve lo confesso senza problemi: stamane sessantasei. Solo? Dopo quel che ho ultimamente passato, mi è andata ancora parecchio bene. Difatti sto proprio da Dio, grazie a lui. E al professor Renato Zambello, che mi ha in cura al Giustinianeo di Padova dai tempi del Covid. Oltre a Beppe Scattolin, per me quasi un fratello. Col quale ho frequentato il mio primo anno di medicina al Bo studiando insieme.
Lui studiava fisica e istologia. Mentre io imparavo a memoria sulla Gazzetta di Gualtiero Zanetti e Tuttosport di Giglio Panza e Piero Dardanello le formazioni di basket e di calcio di tutte e tre le serie maggiori. E così Beppe è diventato un ottimo cardiologo, che pure in un’occasione mi ha salvato la vita assistendomi sotto ai ferri. E tu? Sono in fondo lo stesso arrivato dove sognavo. Al miglior Giorno, se esiste ancora, come inviato speciale. Orgogliosamente impossessandomi (solo) della scrivania e della macchina per scrivere di Gianni Brera. Finché non è arrivato a Milano il peggior editore della terra, Andrea Riffeser Monti. Al quale avrei volentieri rovesciato in testa, o meglio, sulla zucca pelata una porzione fumante di gramigna al ragù di salsiccia. E se non l’ho fatto è perché Larri, nato Lorenzo Sani, che era inviato al Resto del Carlino, me l’ha sconsigliato con uno sguardo supplichevole. O forse perché non sarebbe stato nemmeno bello sorprenderlo di spalle mentre pranzava affettuosamente con una giovane (e abbastanza carina) cavallerizza che non era di certo sua figlia. Alle Mura di San Lazzaro. Dove si mangia come piace a me e si pagano al massimo venti euro se ti sei stra-affogato.
Anch’io non sono mai stato meglio. Nonostante avessi già caricato nella Jaguar le valigie la sera prima di partire per il Santer di Dobbiaco e nella notte non mi fosse beccato una brutta pancreatite acuta. E così addio vacanze. Se non cinque giorni a Jesolo: “Stessa spiaggia, stesso mare”, scritta da Mogol nel 1963 per Mina che ebbe però un pari successo, o quasi, cantata da Piero Focaccia, il bagnino di Cesenatico. Mogol, nato Giulio Rapetti, ha compiuto lunedì 90 anni. Canestri d’auguri allora al più grande paroliere italiano d’ogni tempo. Che probabilmente alcuno dei miei tre nipoti neanche sa chi sia. Se Dodo, che al liceo americano H-Farm di Roncade, viaggia o, meglio, vola con la media-voti più alta dell’istituto ubicato tra le province di Treviso e Venezia, mi ha chiesto quasi arrossendo: “Scusa, nonno Claudio – come mi chiama lui -, ma tu mi parli sempre di Gianni Rivera e io non so nemmeno chi sia?”. Per l’appunto.
Mogol si è pure inventato Una lacrima sul viso che lasciatemi andare a vedere su Google: no, Bobby Solo non ha vinto in quell’anno Sanremo, ma nel successivo con Se piangi, se ridi. Nel 1964 trionfò invece la sconosciuta diciassettenne veronese Gigliola Cinquetti che non avrà anche avuto l’età, ma vendette all’epoca oltre quattro milioni di dischi in centoventi Paesi del mondo. Però! In fondo, ormai l’avrete capito, sto facendo in questa rubrica del mio blog, Ieri oggi e domani, le prove generali per scrivere a breve il libro sulle mie esperienze di vita non solamente sportive, sette Olimpiadi e credo una quarantina, non li ho mai contati, ma dovrò presto farlo, tra Mondiali e Europei di folber, palla nel cestino, volley, sci alpino e di fondo, biathlon e ciclismo. Per non parlare delle varie finali di Coppa dei Campioni o i Gran Premi di F.1 e delle due ruote, le Coppe del Mondo invernali, i Ghiri d’Italia e le Grand Boucle d’Indurain e Pantani. O delle Marlborine con la erre moscia che Michel Platini mi scroccava, quattro o cinque, sul charter quando ancora si poteva fumare nelle ultime tre file.
Sono lustri che la Giorgia mi ha sfinito chiedendomi di buttar giù questo benedetto libro. E non solo lei. Insistono in tanti. In primis i miei cari amici napoletani, Bruno e Luca, che mi ha persino già trovato un paio d’editori, come del resto mia figlia. Non ne dubito. Al pari Francesco Sarti, Poeti e Navigatori, che, in occasione dei miei sessantasette anni, dopo gli affettuosi auguri si è bonariamente inquietato: “Però adesso smettila di minacciare che scrivi un libro. Scrivilo e basta”. O Larri che poco fa mi ha suggerito come sempre un titolo intelligente per la mia satira veneziana: “Le mie pigioni”. Che come sottotitolo comunque avranno: “Una per tutti”. Affare fatto. Tremate, gente. Tremate.
Una cosa è certa: la mia opera prima la dedicherò ai nipoti. A Dodo e Rocco che mi leggono sempre sul blog e mi hanno convinto più di tutti che devo spiegare a loro non solo chi è Gianni Rivera, il più grande numero 10 del Bel Paese che abbia che mai visto giocare, senz’altro sul podio tra Totti e Del Piero, per me superiori (forse) ad Antognoni e Baggio. E più in là non vado. Al massimo allargando la dedica del mio libro alla terza nipotina, la più piccola, Sofia. ChPerò anche chi è ed è stato Pierlo. Di cui dicevo nell’incipit di questo pezzo nel quale – caso strano – mi sono smarrito come in un labirinto di cui sto ancora cercando la via di fuga. Marzorati è stato probabilmente il Rivera del nostro basket. Anche se non ho mai nascosto d’amare (forse) di più Caglieris e Hackett come playmaker. L’Ingegnere con la gi maiuscola che, giocando e vincendo con Cantù due scudetti, due Coppe del Mondo e altrettante Intercontinentali, quattro Korac e quattro Coppe delle Coppe, tanta roba, oltre all’oro nell’Europeo di Nantes e all’argento olimpico di Mosca con la nazionale di Sandro Gamba, è riuscito a laurearsi a nemmeno trent’anni in ingegneria civile al Politecnico di Milano.
Sono andato molto lungo. Persino oltre i sette metri saltati alla prima prova dalla stupenda Larissa Iapichino nella terra di sua madre, Fiona May, campionessa olimpica e mondiale, ma mai europea come lei, elegante ventiquattrenne fiorentina di Borgo San Lorenzo. Che finalmente ho potuto ammirare ieri su Sky nell’Alexander Arena di Birmingham. Evviva! Solo invece stasera o domani mi potrò gustare in santa pace la registrazione della 4×400 dorata dei nostri commoventi azzurri e quella di bronzo delle altrettanto eccezionali e inattese azzirre come purtroppo mi ha ieri anticipato al telefono Giovanni Rossi con lo stesso entusiasmo col quale è fuggito un paio di mesi fa in pensione dal Giorno. Santa pazienza. Ma adesso, abusando della vostra, sono passate le venti e devo correre a cena con la Tigre. Altrimenti la sentite. E con Rocco. Al quale ho anche promesso mezzora poi d’allenamento di basket nel cortile sotto casa con una sola luce artificiale. Però vi spedisco lo stesso, e subito, il pezzo pur senza un titolo giustificativo e una conclusione decente. Ma lo finirò, tranquilli, lo stesso prima di mezzanotte. Con un paio chicche notevoli. A più tardi allora. Se mi credete.
Eccomi dunque ancora sul pezzo, ma avete fatto bene a non fidarvi di me. Manca infatti un quarto d’ora alla mezzanotte e in quindici minuti neanche Speedy Gonzales Eleni vedrebbe con il binocolo lo striscione d’arrivo. Ho fatto molto tardi in churrascaria, al Royal Carne, che è a due passi o qualcuno in più, al massimo una dozzina, dalla mia storica abitazione. Anche perché, dopo non meno di sei lustri, mi sono sparato, per chiudere in bellezza, una caipirinha che non mi ricordavo più quanto fosse alcoolica. E così mi girava un cinin la testa mentre passavo il pallone sotto canestro a Rocco. Che ha chiuso il breve allenamento con un modesto 6 su 10 ai liberi, ma anche con un 9/10 da sotto e un notevole 7/10 da tre punti. Molto meglio di certi giovanottoni di mia conoscenza che s’indignano se Luca Banchi non li convoca in nazionale nemmeno per il torneo di Trento in programma venerdì e sabato contro la Cina e l’Estonia. Senza Davide Casarin che non è vero che si è infortunato. Come racconta l’apprensivo padre. Sarà del resto presente, e bello pimpante, tra tre giorni alla ripresa degli allenamenti della Virtus del nuovo allenatore, lo spagnolo Alex Mumbrù. Di cui ho un ottimo ricordo. Quando l’anno scorso ha guidato la Germania allo storico successo negli Europei in Lettonia. Dove l’Italia di P(r)ozzecco è stata eliminata agli ottavi di finale dalla Slovenia che poi è stata fatto fuori nei quarti proprio dai tedeschi. E quindi? Ci si risente domattina. Buonanotte! E sogni d’oro.