
Non serve la marcia su Roma, basta cambiare tutti i manici
Alle diciassette, minuto più minuto meno, sotto una cappa di caldo soffocante chissà cosa mai s’inventerà di raccontarci il Fenomeno bipolare che si è messo in saccoccia sei milioni e mezzo d’euro, però!, e ha ceduto la serie A di Brescia all’avvocato californiano Paul Matiasic che trionfalisticamente la trasferirà al PalaEur della capitale. Dove giocherà le partite di campionato e pure d’EuroCup assieme all’altra Roma di capitan Nelson e di Luka Doncic che se fossero rimasti tutti a casa loro negli States di Donald Trump, a Dallas o a Los Angeles, non avrebbero creato tutto questo casino nella nostra pallacanestro già di per sé malata e che cade a pezzi. Mentre le università della Ncaa adesso pagano pure i patatoni e le nostre giovani scamorze al prezzo dei tartufi bianchi d’Alba che d’estate arrivano a costare anche quattromila euro all’etto quando va di lusso. Questa invasione di yankees – detto pari pari – non mi va proprio giù. Né impazzirò per la Nba Europe Cup che prenderà purtroppo il via nell’autunno della prossima stagione in guerra con l’EuroLega che pure attraversa un gran brutto periodo, ma va avanti per la sua strada come se niente fosse. Ovvero fingendo di non vedere che sbaglia a coinvolgere sempre un numero maggiore di squadre e quindi di partite che alla fin fine stufano, deprimono, intossicano. A meno che non tieni duro sino ai playoff.
Passi per la Roma di Valerio Bianchini, presidente onorario – e guai a chi me lo tocca – che ha comprato i diritti di Cremona da Aldo Vanoli che non ce la faceva proprio più a tirare avanti la carretta. Un santo, dicono. E sarà anche vero. Mi spiace: non ho avuto la fortuna di conoscerlo. Però se ha voluto a tutti i costi salvarsi a discapito del Banco di Sardara, che non meritava assolutamente di retrocedere, non facciamolo anche martire come Silvio Berlusconi. Perché mi pare lampante che vendere al miglior offerente possibile, in questo caso Donnie Nelson, il diritto di partecipazione al campionato di serie A ha un suo valore, e difatti qualche milioncino pure il povero Vanoli l’ha messo in banca, mentre se avesse proposto l’A2 di Cremona all’ex presidente dei Dallas Mavericks avrebbe sicuramente ricevuto una risposta del genere: grazie, ma non fumo.
La squadra comunque che Luka Doncic consegnerà nelle mani di Claudio Coldebella, general manager di ritorno dal Maccabi di Tel Aviv, sarà quasi tutta a stelle e strisce con un coach pure americano e un paio d’italiani come Nico Mannion, preso da Milano, e non credo Stefano Tonut dal momento che ha appena firmato un profumato biennale con la stessa EA7. Oltre a Marko Simonovic e Arturs Strautins come racconta persino la Prealpina. Pensa un po’. Interessatissima alla vicenda come io al campionato nazionale di tamburello. Ma un motivo forse c’è: la storica Varese di Toto Bulgheroni, bella persona e bravo dirigente almeno finché non s’è innamorato dell’argentino Dolce far niente, Luis Scola, può diventare Usa e getta se Gerry Cardinale, il tiranno di Filadelfia che governa il Milan coi suoi fondi d’investimento RedBird, e quindi a modo suo, costruisse alla Malpensa un palasport per far disputare la Nba Europe all’Openjobmetis o come cavolo si chiama.
Ho sempre faticato a fare di tutti gli americani un fascio. Perché è americano pure un brasiliano o un paraguagio, un cileno o un messicano. O no? Che come lingua madre hanno lo spagnolo e non il perfido inglese di Ciccioblak. E mi sono di solito un sacco più simpatici. Così mi riesce difficile parlare di pallacanestro italiana in mano ormai agli americani, bensì – meglio – agli Stati Uniti d’America che hanno preferito – pensa un po’ – Donald Trump a Kamala Harris che non era proprio una millantatrice come la vostra Giorgina che racconta le fandonie ad un popolo che nel generale li Vannacci tua già vede il Benito Mussolini d’un secolo fa che come lui chiamava i suoi sottopancia “camerati”. Ma c’è poco da scherzare: anche Napoli e Trieste, bene o male, sono in mano a fondi Usa e getta. Come nel calcio anche l’Inter del Brookfield Assset (con tre esse) Management e da un paio di mesi pure il Venezia di Francesca Bodie, la bella italo-newyorkese di Oak View Group che in verità pare interessata, più che alla squadra di Giovannino Stroppa, al Bosco dello Sport di Tessera che non è di Napoleone Brugnaro, ma è come se fosse suo avendo sinora ottenuto in affitto il palasport per i prossimi quarant’anni (sic!) grazie ad un palese conflitto d’interessi sul quale nessuno ha ancora messo il naso. Men che meno il Pd veneziano all’opposizione che se la dorme sempre di gran gusto. A parte Monica Sambo che però non può purtroppo far tutto lei in laguna e in regione.
Del resto come presidentessa commerciale di OVG, fondato dal padre Tim, Francesca Bodie ha curato lo sviluppo dell’UBS Arena della Grande Mela come il Moody Center dell’Università del Texas, passando per la Mullett Arena di Tempe in Arizona e l’Acrisure Arena californiana, tutte strutture sportive del valore complessivi di quasi tre miliardi di dollari. Quindi prima ha cercato di comprare la Reyer incontrandosi con l’ex primo cittadino, che con Simone Venturini sindaco di Venezia non si dovrebbe per onestà chiamare ex, ma poi è stata coinvolta da Luigi Brugnaro proprio nel progetto basket più calcio del Bosco dello sport. Ad un tiro di schioppo dall’aeroporto Marco Polo che puoi raggiungere, se vuoi, in mezzoretta anche a piedi. Dove si potranno organizzare concerti e congressi di tutti i tipi, basta che non manchino i fondi. Insomma ci siamo capiti.
Il Venezia comprerà, assicura Pippo Antonelli e non c’è ragione per non credergli. Difatti sulla fiducia mi sono già abbonato per il prossimo campionato trovando posto solo nell’ultima fila della tribuna laterale esposto alle raffiche di vento che arrivano dal mare. Spero non con il palo d’acciaio pure davanti e lo specchio della porta evanescente. Ma non sono raccomandato e men che meno ruffiano. Santa pazienza. Vorrai dire che mi siederò sui gradini. Se i cerberi del Penzo me lo consentiranno.
Il Venezia intanto ha venduto i suoi due pezzi da novanta, Issa Doumbia e Michael Svoboda, incassando una trentina di milioni d’euro. E ha acquistato Toma Basic, trentenne centrocampista di cui alla Lazio nessuno rimpiangerà la cessione dopo cinque campionato ai margini spesso della prima squadra, ma che gli sventurati fans della Juve ricorderanno molto bene per il suo primo gol in serie A dello scorso fine ottobre. Quando all’Olimpico i bianconeri di Igor Tudor persero la terza partita di fila per 1-0 e l’allenatore spalatino venne esonerato su due piedi e avventatamente sostituito in tre secondi da quell’antipaticone di Luciano Spalletti che non mi sembra aver fatto poi molto meglio. Anzi. Checché ne dica Luigi Garlando che ci manda le sue favolette rosa per bambini cretini anche dai Mondiali delle tre Americhe. Di cui ovviamente non ho ancora visto una partita. E, se non sbaglio, ieri nella notte sono iniziati gli ottavi di finale.
Il secondo acquisto del Venezia per la prossima serie A senza molte sofferenze, la promettono tutti, è stato Kornel Lisman, spensierati vent’anni, ala mancina, strappato al Lech Poznan, campione di Polonia, e sin qui nulla da eccepire. Peccato che l’under 20 polacco a dicembre si sia rotto il menisco e nell’intera stagione, per un motivo o per un altro, abbia segnato un’unica rete. Del resto non è costato una cifra folle: due milioni e mezzo di euro. Che per un attaccante sono solo meglio di niente. Insomma altre due scommesse per Stroppa. Che è bravo, anzi bravissimo tra i cadetti, ma non gli si possono chiedere di fare i bambini con la barba lunga e pure coi baffi anche nella massima serie. Dove non scherzano e Pippo Antonelli lo sa benissimo.
Difatti si tuffa ogni giorno sul mercato, ma da quelle acque torbide emerge ogni volta senza niente in mano. Del resto le offerte sono state giudicate sinora ridicole sia dallo svincolato Stephan El Shaarawy, che i tifosi nero-verdi con un cinin d’arancione continuano a sognare ad occhi aperti, sia dai dirigenti del Siviglia che per rinunciare al loro bomber nigeriano del 2000, Akor Adams, 10 gol l’anno scorso, chiedono il doppio dei 10 milioni buttati là sul tavolo da l’ex diesse di Galliani al Monza. Insomma, andando per le spicce, si comincia a far largo l’opinione diffusa che la bella Francesca d’origini comasche abbia prima buttato cento milioni sul tavolo per dare di sé una buona impressione, ma poi li abbia subito ritirati per saltare eventualmente sopra la torta con le candeline dello stadio del Bosco dello sport. Felicissimo d’aver pensato male e d’essermi sbagliato.
I più attenti tra i miei aficionados si saranno nel frattempo accorti del mio salto triplo da sabato sera a stamattina all’alba, o poco oltre, di lunedì 29 giugno. E comunque non potevo fare diversamente. Dal momento che la disperata conferenza stampa in sede del Fenomeno, Mauro Ferrari, è iniziata con oltre mezzora di ritardo dovuta alla prevedibile contestazione esterna e ai pesantissimi insulti degli esasperati manifestanti che in un lampo, o quasi, sono passati dagli applausi convinti per una Gemini forte e generosa durante tutta la regular season e pure nei playoff dai quali è del resto uscita nelle semifinali eliminata dai campioni in carica del loro predestinato, Peppe Poeta, al ritrovarsi improvvisamente con il culo per terra, senza squadra e senza speranze, illusa pure dagli acquisti d’Amar Alibegovic, Giovanni Veronesi e John Brown III annunciati dallo stesso arrogante padrone nei giorni scorsi mentre aveva già venduto di nascosto e in silenzio baracca e burattini a Paul Matiasic da mesi.
Un incontro coi giornalisti bresciani sin troppo buoni o delle due una: o scarsetti o accondiscendenti. Che si è protratto per un paio d’ore sino a quando la Tigre esasperata non mi ha intimato: “Ora spegni la televisione che non ne posso più di quella penosa lagna e della voce dell’uomo pelato persino più insopportabile di Tranquillo. E’ pronta la cena e gli spaghetti coi pomodorini si raffreddan”. Ben lieto d’obbedirle per una volta seduta stante. Tanto più che il Fenomeno con poche idee ma confuse non ha detto proprio nulla di quel che già non si sapesse. A parte il logico condimento con l’olio e l’aceto delle campagne di Pinocchio: l’investimento di 30 milioni sul basket di tutta la sua famiglia e la possibilità d’acquisire a scelta tra due titoli di A2 senza debiti (di grazia quali?) e tre di serie B da consegnare alla città entro poche ore continuando a sostenere il settore giovanile della Gemini.
Per piacere. Mettiamoci allora una bella pietra sopra su tutta questa triste e brutta vicenda e tiremm innanz come non so se si dice anche a Brescia. E semmai, invece di marciare su Roma, ascoltiamo bene quel che ha dichiarato l’altro giorno Giannino Petrucci.
– continua –