
La grazia si dà a cani e porche ma poi non li si fa presidenti
La grazia si dà a cani e porci ma poi non li si fa presidenti
C’è ben poco da ridere. E non parlo di questo mondo di ladri dove non ci sono più eroi, ma viviamo solo di scandali e disprezziamo i politici, come cantava Antonello Venditti nel 1988. Quando Pesaro vinse il suo primo scudetto battendo 3-1 in finale la Milano di Dan Peterson e Dino Meneghin detentrice del titolo. Era la Scavolini del grandissimoValter, che non mi ricordo mai se si scriva con la vi o con la doppia vu, basterebbe andare a guardare su Wikipedia, ma ho voglia zero e sono d’umore nero. Più nero del ridicolo (di nome) Joe Formaggio, ex fan di Giorgina vostra, ora passato con Roberto Vannacci: “Finalmente mi sento a casa perché il generale ci chiama tutti camerati”. Evviva, ma raccontatele per favore queste storie a Marco Travaglio perché il direttore del Fatto, juventino nel midollo, crede ancora alla befana e alla favola che il fascismo sia morto assieme a Benito Mussolini su quel ramo del lago di Como. Dimenticando le stragi alla stazione di Bologna e dell’Italicus o di Piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia.
Scavolini erano le cucine più amate dagli italiani come le reclamizzava allora Lorella Cuccarini non ancora ventitreenne. Di Valerio Bianchini, vate supremo, e del suo assistente, Sergio Scariolo, che era ancora poco più di un bimbo. La Scavolini di Ario Costa e Walter Magnifico in primis, ma anche di una delle coppie Usa più forti mai viste dalle nostre parti: Darren Daye e Darwin Cook. Quando l’Italia era ancora un Bel Paese prima che Silvio Berlusconi si desse alla politica. Magari non dimenticando che il pregiudicato d’Arcore, al quale hanno intitolato alla memoria l’aeroporto della Malpensa, sinceri complimenti, è stato condannato nel 2013, dopo mille amnistie e tremila prescrizioni, in via definitiva a ben quattro anni di reclusione ovviamente mai scontati.
Proprio alla Malpensa, e nei floridi campi intorno, come il Bosco dello sport nei pressi del Marco Polo di Tessera, l’attuale padrone del Milan, che credo si chiami Gerry Calà, o, meglio, pardon, Gerry Cardinale, vorrebbe costruire un palasport per far disputare la Nba Europe anche alla Varese di Toto Bulgheroni e dell’argentino Luis Scola, che aveva promesso mare e monti e invece non ha ancora scucito un euro. Ora questa Nba Europe Cup sarà per molti dalla prossima stagione il toccasana della nostra palla nel cestino parecchio malata. Perché mai? Forza, suvvia, spiegatemelo. E scusatemi se sono così ignorante. Però intanto mi sembrano un po’ troppe le squadre italiane che coltivano questo sogno: almeno due romane, Milano, Varese e, perché no?, la nuova Trapani se Valerio Antonini sarà riabilitato. Del resto cosa disse di lui Giannino Petrucci in tempi non sospetti: “Averne di presidenti come Antonini in serie A”. Difatti.
Vi parlerei per ore della bellezza del club di Valter Scavolini di cui mi sono informato: si scrive con la vi di viva Pesaro. Così come del pesciolino da Alceo che non aveva rivali sull’Adriatico. O di Domenico Zampolini, Renzo Vecchiato e Andrea Gracis, che chissà mai per quale ragione non è stato confermato a Udine un anno dopo la promozione dall’A2 che era stata tutto merito suo e la comoda salvezza di questa stagione. In verità basterebbe che facessi nome e cognome del presidente del club friulano e capireste tutto al volo, ma non gli do questa soddisfazione. Così impara. E così, allo stesso modo, dovrei ignorare il Pesciolino rosso, ma mi diverte troppo vedere i pavidi giornalisti reyerini come se la fanno sotto non appena il discorso cade su Federico Casarin. E di lui non scrivono niente al di fuori del parquet. Comprendo il Gazzettino al quale il vicepresidente federale suggerisce anche i titoli e i voti in pagella che non devono per nessun motivo essere inferiori al 4 e mezzo. Anche se il figlio Davide è andato a Cremona e il terribile Stefano Babato in pensione. Ma la Nuova Venezia, che dichiara di stare sulla sponda sinistra del fiume politico lagunare, non s’accerta se è vero quel che malignano tutti in paese e cioè che la finanza ha fatto illo tempore visita a Casarin nella sua abitazione dalle parti di Carpenedo?
Stavolta non mi sono perso in discorsi che con il basket hanno poco a che vedere, ma, se ho raccontato di Scavolini solo un cinin delle esperienze che ho vissuto almeno un centinaio di volte in quel caldissimo palazzetto di via dei Partigiani, una ragione c’è e validissima. Quando infatti racconto ai nipoti la mia fantastica vita d’inviato speciale in giro per il mondo sino al duemila, sette Olimpiadi e trentacinque Mondiali di calcio, pallacanestro, pallavolo (oro in Brasile e Grecia), sci, fondo e ciclismo, senza contare l’F1 con Prost e Senna e i MotoGp con Max Biagi, sono senz’altro molto incuriositi, ma è pure vero che spesso e volentieri non sanno di chi sto parlando se non di quella volta che ho intervistato in esclusiva Michael Jordan a Chicago. Ma che sia per esempio andato a mangiare con Gianni Rivera, solo lui e io, un sabato a Catania e che abbiamo pagato un conto salatissimo, che poi il Giorno mi ha rimborsato del 50 per cento, mi guardano perplessi finché uno dei tre non trova il coraggio di chiedermi: “Scusa, nonno, ma Gianni Rivera chi è?”. E glielo spiego: indiscutibilmente il più grande numero 10 della storia del nostro pallone.
Ci siamo. Anche se non vi ho ancora spiegato due cose non da poco: la foto e il titolo del pezzo, ma soprattutto il motivo per il quale oggi ho scritto nonostante fossi in vacanza e perché c’è ben poco da ridere. Insomma, per non farla troppo lunga, vi ricordate che mi ero rotto il dente davanti e che la formichina non mi aveva portato niente? Sì. Bene. Probabilmente mi sono ingoiato sabato notte l’incisivo provvisorio girandomi e rigirandomi nel letto per il gran caldo. Oppure, come pensa Stefano, il mio amico dentista, l’ho dimenticato chissà dove. Fatto sta, sia stato quel che è stato, non avrei per così poco abbandonato la spiaggia di Jesolo se, addentando una susina, non mi fossi spaccato pure il molare e l’impianto intorno di sinistra. Di qui se rido sono un mostro. E, se sto zitto, ancora meglio. Di più: Stefano si è preso una settimana di meritate ferie in Sicilia e il nuovo impianto non sarà pronto prima di lunedì prossimo. Ed è già quasi un miracolo.
E’ inutile invece, o almeno lo spero, che abbiate riconosciuto Nicole Minetti, l’igienista dentale (se è vero) di Silvio Berlusconi. Dodo, Rocco e Sofia sicuramente no. E così lo spiegherò anche a loro sorvolando sul Bunga Bunga e su Ruby, Ruby bis e Ruby ter. Continua…