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CLAUDIO PEA
MORS TUA VITA PEA

La grazia si dà a cani e porci ma poi non li si fa anche presidenti

C’è ben poco da ridere. E non parlo di questo mondo di ladri dove non ci sono più eroi, ma viviamo solo di scandali e disprezziamo i politici, come cantava Antonello Venditti nel 1988. Quando Pesaro vinse il suo primo scudetto battendo 3-1 in finale la Milano di Peterson o meglio, scusatemi il lapsus freudiano, di Franco Casalini e Dino Meneghin detentrice del titolo. Quel furbacchione di DinDonDan si era infatti ritirato un anno prima. Era la Scavolini del grandissimoValter, che non mi ricordo mai se si scriva con la vi o con la doppia vu, basterebbe andare a guardare su Wikipedia, ma ho voglia zero e sono d’umore nero. Più nero del ridicolo (di nome) Joe Formaggio, ex fan di Giorgina vostra, ora passato con Roberto Vannacci: “Finalmente mi sento a casa perché il generale ci chiama tutti camerati”. Evviva, però raccontatele per favore queste storie a Marco Travaglio perché il direttore del Fatto, juventino nel midollo, crede ancora nella befana e alla favola che il fascismo sia morto assieme a Benito Mussolini su quel ramo del lago di Como. Dimenticando le stragi alla stazione di Bologna e dell’Italicus o di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia.

Scavolini erano le cucine più amate dagli italiani come le reclamizzava allora Lorella Cuccarini non ancora ventitreenne. Di Valerio Bianchini, vate supremo, e del suo assistente, Sergio Scariolo, che era ancora poco più di un bimbo. La Scavolini di Ario Costa e Walter Magnifico in primis, ma anche di una delle coppie Usa più forti mai viste dalle nostre parti: Darren Daye e Darwin Cook. Quando l’Italia era ancora un Bel Paese prima che Silvio Berlusconi si desse alla politica. Magari non dimenticando che il pregiudicato d’Arcore, al quale hanno intitolato alla memoria l’aeroporto della Malpensa, sinceri complimenti, è stato condannato nel 2013, dopo mille amnistie e trecentomila prescrizioni, in via definitiva a ben quattro anni e rotti di reclusione ovviamente mai scontati.

Proprio alla Malpensa, e nei floridi campi intorno, come il Bosco dello sport nei pressi del Marco Polo di Tessera, l’attuale padrone del Milan, che credevo fosse Gerry Calà e invece si chiama  Gerry Cardinale, vorrebbe costruire un palasport per far disputare la Nba Europe anche alla Varese di Toto Bulgheroni e del mitico argentino Luis Scola, che aveva promesso mare e monti e invece non ha ancora scucito un euro. Ora questa Nba Europe Cup sarà per molti dalla prossima stagione il toccasana della nostra palla nel cestino parecchio malata. Perché mai? Forza, suvvia, spiegatemelo. E scusatemi se sono così ignorante e certe avventure americane non le comprendo. Però intanto mi sembrano un po’ troppe le squadre italiane che coltivano questo sogno: almeno due romane, Milano, Varese e, perché no?, la nuova Trapani se Valerio Antonini sarà riabilitato. Del resto cosa disse di lui Giannino Petrucci in tempi non sospetti: “Averne di presidenti come Antonini in serie A”. Difatti.

Vi parlerei per ore della bellezza del club di Valter Scavolini di cui mi sono informato: si scrive con la vi di viva Pesaro. Così come del pesciolino da Alceo che non aveva rivali nell’Adriatico. O di Domenico Zampolini, Renzo Vecchiato e Andrea Gracis, che chissà mai per quale ragione non è stato confermato a Udine un anno dopo la promozione dall’A2 che era stata tutto merito suo e la comoda salvezza di questa stagione. In verità basterebbe che facessi nome e cognome del presidente del club friulano e capireste tutto al volo, ma non gli do questa soddisfazione. Così impara. E così, allo stesso modo, dovrei ignorare il Pesciolino rosso, ma mi diverte troppo vedere i pavidi giornalisti reyerini come se la fanno sotto non appena il discorso cade su Federico Casarin. E di lui non scrivono niente al di fuori del parquet. Comprendo il Gazzettino al quale il vicepresidente federale suggerisce anche i titoli e i voti in pagella che non devono per nessun motivo essere inferiori al 4 e mezzo. Anche se il figlio Davide è andato a Cremona e il terribile Stefano Babato in pensione. Ma la Nuova Venezia, che dichiara di stare sulla sponda sinistra del fiume politico lagunare, non s’accerta se è vero quel che malignano tutti in paese e cioè che la finanza ha fatto illo tempore visita a Casarin nella sua abitazione dalle parti di Carpenedo?

Stavolta non mi sono perso in discorsi che con il basket hanno poco a che vedere, ma, se ho raccontato di Scavolini solo un cinin delle esperienze che ho vissuto almeno un centinaio di volte in quel caldissimo palazzetto di via dei Partigiani, una ragione c’è e validissima. Quando infatti racconto ai nipoti la mia fantastica vita d’inviato speciale in giro per il mondo sino al duemila, sette Olimpiadi e trentacinque Mondiali di calcio, pallacanestro, pallavolo (oro in Brasile e Grecia), sci, fondo e ciclismo, senza contare l’F1 con Prost e Senna e i MotoGp con Max Biagi, sono senz’altro molto incuriositi, ma è pure vero che spesso e volentieri non sanno di chi stia parlando se non di quella volta che ho intervistato in esclusiva Michael Jordan a Chicago. Ma che sia per esempio andato a mangiare con Gianni Rivera, solo lui e io, un sabato a Catania prima dello 0-2 per i rossoneri di Ilario Castagner decretato a tavolino per la clamorosa invasione del Cibali. E che abbiamo pagato un conto salatissimo, che poi il Giorno mi ha rimborsato appena del 30 per cento, gli affettuosi nipoti mi guardano perplessi finché uno dei tre non trova il coraggio di chiedermi: “Scusa, nonno, ma Gianni Rivera chi è?”. E glielo spiego: indiscutibilmente il più grande numero 10 della storia del nostro pallone.

Ci siamo. Anche se non vi ho ancora spiegato due cose non da poco: la foto e il titolo del pezzo, ma soprattutto il motivo per il quale oggi ho scritto nonostante fossi in vacanza e perché c’è ben poco da ridere. Insomma, per non farla troppo lunga, vi ricordate che mi ero rotto il dente davanti e che la formichina non mi aveva portato niente? Sì. Bene. Probabilmente mi sono ingoiato sabato notte l’incisivo provvisorio girandomi e rigirandomi nel letto per il gran caldo. Oppure, come pensa Stefano, il mio amico dentista, l’ho smarrito chissà dove. Fatto sta, sia stato quel che è stato, non avrei per così poco abbandonato la spiaggia di Jesolo se, addentando una susina, non mi fossi spaccato pure il molare e tutta l’impiantistica di sinistra. Di qui, se rido, sono un mostro. E, se sto zitto, ancora meglio. Di più: Stefano si è preso una settimana di sacrosante ferie in qualche magnifico angolo della Sicilia e quindi il nuovo impianto non sarà pronto prima di lunedì prossimo. Ed è già quasi un miracolo.

E’ facile invece, o almeno lo spero, che abbiate riconosciuto nella foto Nicole Minetti, l’igienista dentale di Silvio Berlusconi. Dodo, Rocco e Sofia sicuramente no. E così lo spiegherò almeno a loro chi fosse. Sorvolando magari sul Bunga Bunga, le olgettine e su Ruby, Ruby bis e Ruby ter.  Però è comunque il caso che sappiano che la brillante consigliera regionale della Lombardia è stata condannata a quasi 4 anni di prigione, dei quali non ha scontato ovviamente nemmeno una bella mattinata, per favoreggiamento della prostituzione. D’accordo, ma cosa c’entra la bella e generosa Nicole con la nostra pallacanestro? C’entra. Eccome. Perché alla Minetti, che è riparata in Uruguay, a Punta del Este, con Giuseppe Cipriani, che tutti conosciamo per via della catena di Harry’s Bar che possiede e gestisce nel mondo, è stata concessa la grazia dalla presidenza della Repubblica con il parere favorevole del favoloso guardasigilli Carlo Nordio e del procuratore generale milanese Gaetano Brusa.

Le ragioni per le quali alla pregiudicata nativa di Rimini sia stata concessa la grazia e, già che c’erano, anche il passaporto per emigrare all’estero e adottare un bambino da una casa famiglia uruguagia, non mi sembrano assolutamente trasparenti e men che meno motivate come sostiene Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano che indaga da mesi senza avere per il momento soddisfazione. Di sicuro mi scappa da sorridere, se potessi, e anche da aggiungere che è proprio vero: la grazia nel Bel Paese si dà a cani e porci. E a porcellone in questo caso come emerge chiaramente dalla doppia sentenza di condanna della signora Minetti. Meno grave è in verità che ad Enrico Ragnolini, radiato, sottolineo radiato, nel 2013 dall’Alta Corte di Giustizia sportiva del Coni per violazione dell’articolo 43 del regolamento  di disciplina della Federbasket nel corso dei suoi tre mandati di presidente della Lombardia, sia stata concessa la grazia. E non solo. Ora non sto qui a spiegarvi i reati commessi dal presidente della Libertas Cernusco perché altrimenti avrei studiato giurisprudenza facendo felice mio padre, ma non mi sembra che i pasticci nei conti-spesa commessi da Ragnolini durante la sua presidenza siano stati lievi. Anzi. Anche per una eventuale giustizia ordinaria.

Ebbene non ci crederete, però non soltanto a Ragnolini è stata data la grazia dallo stesso Gianni Petrucci che aveva impugnato insieme a Giovanni Malagò, all’epoca presidente del Coni e da qualche ora della Federcalcio – complimenti sinceri e meritati -, la sentenza di primo grado inasprendola con la radiazione. Ma pure gli è stata offerta l’opportunità scandalosa di ricandidarsi alla presidenza della pallacanestro in Lombardia per la quarta volta. Vivamente sperando che almeno Giannino non lo sponsorizzi in questo incarico che invece andrebbe assegnato ad occhi chiusi all’amico e collega di cento trasferte e mille battaglie, Pietro Colnago, colonna di Giganti del basket e poi di Sky nonostante la vergognosa guerra che gli ha sempre fatto Ciccioblack Tranquillo. Un candidato affidabilissimo sul quale posso mettere entrambe le mani sul fuoco.  Si vota a settembre: meditate gente, meditate. Mentre festeggio l’incredibile promozione in serie B nazionale della Mens Sana Siena che ha un solo nome: Riccardo Caliani, direttore generale dal 2019 con la squadra in ultima categoria. Come è riuscito solo ad un altro mio pupillo, Paolo Vazzoler, in quel di Treviso fuori e dentro le mura.

P.S. : ma se ne riparla magari domani. Promesso. Tanto ormai le mie ferie sono andate a farsi benedire. Un abbraccione a Riccardo che, quand’era addetto stampa dell’entusiasmante Montepaschi di Ferdinando Minucci, invisa a tutto il resto d’Italia, ma mai più replicata, nemmeno dall’EA7, mi salvò centomila volte dalla cacca. Ricordi? E, già che ci sei, rammentami anche di parlare un po’ di folber e in particolare di questo Venezia che non mi piace per come il pur bravo Pippo Antonelli gli sta cambiando la faccia. Buonanotte!

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SATIRICON
DAL ROMANZO DI PETRONIO ARBITRO

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tratta prevalentemente di pallacanestro e tendenzialmente in forma satirica, ragion per cui negli articoli compaiono espressioni, commenti, giudizi volutamente erronei, irreali, paradossali, sarcastici e farseschi: banalmente ironici.

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