
Amarcord del Piscinin che non poteva vedere Righetto Sacchi
Non devo affogare nel mare dei ricordi per scordarmi la volta in cui Beppe Baresi, nell’esordio con la nazionale di Enzo Bearzot in amichevole a Verona contro il Feyenoord, battuto 3-1, tripletta di Paolo Pulici nella ripresa, rivelò d’avere un fratello minore che ci sapeva fare col pallone molto ma molto meglio di lui e giocava nel settore giovanile del Milan che era stata pure la sua squadra del cuore finché non fu catturato dall’Inter di Ivanoe Fraizzoli. Da allora è passato, e non scherzo, mezzo secolo. O quasi. Era infatti la primavera del 1976: Beppe aveva diciott’anni e Franc(hin)o un paio di meno, ma era già per tutti il Piscinin nell’oratorio di San Michele a Travagliato, nel bresciano, dove correva a giocare ogni giorno. A due passi dalla fattoria di famiglia. Era magro come un chiodo e per questo era stato scartato al primo provino dalla Beneamata che non ha visto, per nostra fortuna, mai più lontano del suo naso. Ebbe invece fiuto Italo Galbiati, che io chiamavo Galbi Galbiati quando è poi stato il vice allenatore di Massimo Giacomini e di Fabio Capello. Il quale adottò subito come un figlio quel quattordicenne già purtroppo senza padre (contadino) e senza madre di cui per altro non aveva memoria. Della qual cosa soffrì comunque sempre moltissimo, ma non lo fece mai capire.
Così era Franco Baresi di carattere: poco fumo e molto arrosto, sino a sembrare freddo e distaccato, ma aveva un cuore grande che nemmeno potete immaginare quanto. Per il bene che ha fatto nella sua semplice vita e per quello che voleva alla moglie che, diciamolo, era invece un cicinin birichina. Specie nelle sue frequenti sortite al casinò di Montecarlo. Amici no, non lo siamo stati. Ma non ci siamo nemmeno mai pestati i piedi. Anzi. Perché dovete anche sapere che sono volato talmente tante volte a Milanello, che un mattino mi sono pure addormentato strada facendo e la mia piccola Peugeot (orribilmente) gialla mi guidò lo stesso nel ritiro rossonero. Amico sincero era invece di Michele Fusco come già venerdì vi avevo accennato. Ed io lo ero del povero Michelino. Il quale per primo lo chiamò Piscinin sul Giorno. Ma nessuno glielo ha riconosciuto in questi giorni di corsa sfrenata alle notizie su un campionissimo che ne regalava sempre pochissime. Del resto pure Paolo Ziliani aveva fatto fatica ad intervistarlo insieme alla moglie Maura. Che Franz aveva conosciuto in un albergo d’Arezzo di cui lei era la figlia del proprietario e il Milan erano andati lì in ritiro nella sua seconda esperienza in serie B. Con Giussaldo Farina presidente, Ilario Castagner allenatore e Framco capitano. Lo volevano tutti, soprattutto Giampiero Boniperti nella Juve come successore di un libero meraviglioso come Gaetano Scirea, ma Giussi, che pure cedendolo avrebbe saldato tutti i suoi debiti, se lo tenne ben strett0. S’era forse innamorato del Piscinin come due o tre anni prima di Pablito, che spero non serva ricordare che Giorgio Lago, inviato del Gazzettino, così chiamò Paolo Rossi ai Mondiali di Spagna dell’ochenta y dos? Assolutamente direi di sì.
Con Franco posso dire senza presunzione d’essere cresciuto insieme. Lui senz’altro più in fretta di me dal momento che quando arrivai al Giorno di Milano per finire il praticantato dopo un paio d’anni di radio private e in un piccolo quotidiano di Venezia, Treviso e Padova che era il Diario di Ciccio e Gianni De Michelis, dove Paolo Nicolin ed io eravamo stati assunti allo sport nonostante nessuno dei due avesse in tasca la tessera del Psi di Bettino Craxi. Cosa vi stavo raccontando? Ah, già. Perdonatemi, ma comincio a perdere colpi. Dicevo che il Piscinin bruciò rapidamente tutte le tappe della sua carriera legata solo al Milan come nessun altro campionissimo nella storia rossonera. Gianni Rivera, l’unico che ha superato Franco Baresi in fama e grandezza con quella maglia, ha del resto esordito nella serie maggiore a quindici anni: nell’Alessandria. E infatti lo vidi giocare con i grigi proprio all’Appiani contro il Padova di Nereo Rocco, Pin Blason e Scagnellato, Mari Azzini Moro, Hamrin… Ma quanto vecchio sono? Non fatemi pensare. Ero sì e no in prima media.
Baresi II, come lo identificava l’almanacco della Panini, ha conquistato il primo dei suoi sei scudetti, quello della stella dedicata a Paron Rocco, giocando come Ricky Albertosi e gli ultimi arrivati, Walter De Vecchi e Novellino, tutte le partite della stagione 1978-79 da protagonista assoluto e titolare fisso: 30 su 30 in campionato, 4/4 in Coppa Italia e 6/6 in Coppa Uefa. Alla faccia dell’Inter che l’aveva giudicato così piccolo e fragile. Campione d’Italia due giorni prima di compiere, l’8 maggio, diciannove anni. Mentre io approdai al Giorno di Milano poco dopo. A metà ottobre. Quando Niels Liedholm, fiutando una brutta aria, era già scappato alla Roma e aveva già portato i giallorossi in ritiro in Val Pusteria, la patria di Yannick Sinner. E per altro motivo pure Rivera aveva abbandonato la nave che sarebbe andata ad infrangersi sugli scogli del calcio scommesse che avrebbero portato persino il presidente Felice Colombo, oltre ad Albertosi e Giorgio Morini, addirittura in carcere a Regina Coeli con l’accusa d’illecito sportivo. E il Milan di Giacomini, l’allenatore di calcio più intelligente che abbia mai incontrato, dritto dritto tra i cadetti assieme alla Lazio di Giordano, Wilson e Manfredonia.
D’accordo, ma il Piscinin in tutta questa brutta storia del pallone cosa c’entrava? Sicuramente niente. Però, ho voluto tirare per un attimo il discorso dalla mia parte. Raccontandovi che Angelo Rozzoni, il vicedirettore del Giorno che mi aveva subito preso in simpatia, aveva tolto il calcio scommesse a Marino Bartoletti, troppo occupato col festival di Sanremo 1980, le moto ed i caschi Nava, e l’aveva girato a me. Col risultato che quasi tutti i giorni finivo a scrivere dello scandalo in prima pagina come un cronista ancora praticante non si sarebbe nemmeno sognato d’immaginare. Di più: l’argomento era così d’attualità ancora a giugno che la commissione d’esame di giornalismo me lo offrì in pasto per diventare professionista e mi offrì un voto molto alto. Anche se fui l’ultimo – c’era da giurarlo – a consegnare l’articolo nella grande sala del foro romano che aveva ospitato oltre cinquecento candidati. Di cui quasi un terzo venne respinta da una commissione che fu parecchio severa pure all’orale. Nel quale mi chiesero di Enrico Pea, il poeta della Maremma, di cui raccontai che era un mio lontano parente anche se probabilmente non è vero, ma mi venne a fagiolo farlo credere e tutto così m’andò a gonfie vele nonostante, come abitudine, avessi studiato poco o nulla di quel che invece ostinatamente s’occupa l’Ordine dei giornalisti ottenendo spesso solo un bel tubo.
Tornando a Franco Baresi lo sanno ormai tutti che si mise al collo la medaglia d’oro mondiale nell’82 pur non giocando manco una partita per sbaglio. Come del resto Ivano Bordon, Franco Selvaggi e Lele Massaro. E non era neanche il più giovane di tutti. Al contrario del vostro scriba che era il più sbarbato tra gli inviati al seguito degli azzurri che ogni mattina si recavano alla casa del Baron di Vigo dove Bearzot e tutti, sottolineo tutti i ventidue giocatori, si offrivano ai giornalisti per le interviste di rito. Anche confidenzialmente nelle loro camere da letto. Finché non scoppiò il silenzio stampa di cui credo di saperne qualcosa, ma ve ne parlerò nel mio libro…
– continua –