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CLAUDIO PEA
MORS TUA VITA PEA
Tennis

Gioventù bruciata dai cellulari non guarda neanche Alcaraz

9 Settembre 2026

Non erano nemmeno scoccate le nove del mattino, le tre a Nuova York, e poi magari vi spiegherò la ragione per cui ho tirato in ballo la Grande Mela, quando il rombo dei tuoni molto vicini mi ha tirato giù dal letto: avevo dormito come un bambino ed ero su di corda non perché aveva perso l’Inter la sera prima al Bernabeu, anche, ma perché pioveva intensamente. E guardare la pioggia che cade dai vetri della finestra di casa mi ha sempre messo di buon umore. Stavolta poi mi rallegrava ancora di più l’idea che la pioggia avesse portato con sé un po’ d’aria fresca in modo che la gente finisse una volta per tutte di dire che moriva dal caldo. Povero scemo. Dovrei infatti saperlo che da domani, quando la temperatura scenderà di cinque sei gradi, come raccontano le previsione del tempo, la gente si lamenterà di qualcos’altro. Del fatto per esempio che non si sa più come vestirsi. O dei prezzi della melanzane, e ieri dei pomodoro, che sono saliti alle stelle. O dell’aumento della benzina e, peggio an cora, del gasolio che ha sfondato il tetto dei due euro al litro. Ma mai di questo governo che aveva promesso oltre quattro anni fa di togliere le accise e non d’alleggerirle di una decina di centesimi. La Giorgina infatti è brava. A far cosa? Vallo a capire. Forse ad affamare i già poveri in canna e arricchire le banche, però questo non devi neanche pensarlo: altrimenti sei un comunista di merda o, peggio, un magrebino che ha spedito ai parenti della sua Africa una montagna di milioni d’euro. Insomma i suoi risparmi. No, i soldi rubati a  voi italiani.

Stamattina in verità mi ero svegliato pensando che vi avrei parlato d’altro e quasi subito. Ovvero dopo il solito caffellatte con due effe, due elle e due ti, e dopo la lettura dei quotidiani assieme a voi con uno spirito un cicinin critico e polemico come avrebbe scritto Giorgio Reineri, uno dei migliori giornalisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare al loro fianco. Alle Olimpiadi o ai Mondiali di calcio. Con Guorgio andrò domani a pranzo assieme alla sua cara Carol che non vedo – credo – più o meno da trent’anni. Come passa il tempo, direte. E invece io preferisco pensare che chissà quante cose avremmo da raccontarci. Lei dei suoi States sempre in più brutti stati con quel Donald alla Casa Bianca ed io di questo Veneto del prosecco di Zaia che si è indebitato fin sopra i capelli per dei Giochi invernali che secondo l’ex governatore dovevano essere organizzati “a costo zero”. Come no? Soprattutto l’inagibile pista di bob di Cortina d’Ampezzo.  Ma non importa.

Mi sono perso di nuovo, ma stavolta volentieri. Perché con Giorgio e Carol so che starò bene. Gustando magari un buon pesciolino di laguna al Leone di San Marco. Anche se c’è il fermo pesca. Ma non per chi ha la sua barchetta. Stavo scrivendo che se tutte le partite fossero come Real Madrid–Inter di ieri sera che ho seguito avidamente su Sky dal primo all’ultimo minuto e anche oltre nelle interviste del dopo partita, m’appassionerei ancora di calcio. Trascurando il prete falso o il falso prete, fate voi, insomma Fabio Caressa, e lo Zio, Beppe Bergomi, che non sapevo avesse scritto il testo a Bobby Solo di Una lacrima sul viso. Scusate l’ignoranza. Ma non ho visto nemmeno la finale del Mondiale del magna-magna di Gianni Infantino e quindi continuerò ad annoiarmi davanti al televisore al massimo con la Juve di Spalletti in campionato, ma non certo a metà settimana in Uefa Europa League: me ne vergognerei troppo. Come dovrebbe fare del resto John El Cann autorizzato, per un bel quadro di famiglia, addormentarsi pure lui all’Allianz Stadium sulla spalla di Gianluca Ferrero. A patto però che il suo presidente gli ronfi pesantemente nel paduglione.

Del resto ogni volta non ci sarà purtroppo il magnifico Josè Mourinho a raccontarci a modo suo, ovvero meravigliosamente bene, col talento dell’uomo intelligente prima ancora che del Number One, come sono andate le cose nel 2-1 del Bernabeu. “Mi è piaciuto più di tutto il risultato: tre punti alla prima contro una squadra fortissima. E’ stata una partita spettacolare, penso, per chi sta a casa e per chi sta allo stadio, non per me e per Chivu. Una partita pazza. Poteva essere 5-0 per noi. Poteva essere 5-5 o 7-6 o 6-5. Una partita con tantissime palle-gol. Loro sono bravi, sono forti. E’ stato difficile per noi contro quel centrocampo chiuderli in un blocco basso. Noi uscivamo in contropiede e potevamo finire il conto già termine del primo tempo con il 3-0 di Bellingham finito sul palo. Però l’Inter poteva segnare prima di noi. Anche questo è vero. E dopo aver fatto il 2-1 hanno tenuto aperta la partita sino alla fine. Una partita pazza: mi ripeto”.

Lo staresti a sentire per ore. “Chivu? Un abbraccio prima, un abbraccio dopo. Io so quello che lui sente per me. Lui sa quello che sento per lui. Mabappé? Ha lavorato moltissimo per la squadra. Come del resto Vinicius. Ha avuto altre due o tre occasioni da gol che lui di solito fa. Però questo non mi preoccupa perché sicuramente sarà di nuovo capocannoniere della Champions. Anzi, non posso essere di lui più soddisfatto di così”. La prossima sarà con la Roma. “Sempre da ex. E’ nel mio destino di uomo fortunato. Sarò molto emozionato prima e dopo la partita. Come stasera. Non durante la partita”. Perché Florentino Perez l’ha rivoluta a tutti i costi. “Perché sarà dura”. E qui s’inventa una rima baciata: “Quando è facile non fa per me, quando è dura aiuta Josè”. Applausi. Poi la parola è passata a Bubbolone Condò e ho cambiato canale: l’ovvietà e il buonismo, che sono il suo dolcetto quotidiano, non possono essere il mio pane. Anche perché dicono che abbia anche il diabete, seppur secondario, ma non ci credo e comunque me ne frego e la frutta non me la potrà togliere nessuno dal piatto. Neanche la Tigre.

Penso che la numero uno tra le giornaliste d’Italia oggi come oggi sia di gran lunga Concita De Gregorio. Difatti non mi perdo un suo libro o un suo fondino di pagina 14 di Repubblica. Sulla destra che quasi ogni giorno batte quello di sinistra pur d’un altro fuoriclasse come Michele Serra. Oggi  “Invece Concita” ha scritto che “negli anni Sessanta i responsabili della campagna presidenziale di Kennedy inventarono uno slogan che ha fatto la storia della comunicazione politica: “Comprereste un’auto usata da quest’uomo?”. Era la domanda fatta sotto la foto di Richard Nixon, l’avversario repubblicano di Kennedy. Mi è tornato in mente l’altro giorno mentre a casa pranzavo con i miei figli. Ho sempre amato le discussioni che animano pranzo e cene dopo una domanda all’apparenza senza senso. “Ma Salvini da quando è ministro dei Trasporti quanto tempo ha fatto perdere a chi viaggia in treno? Quanto ritardo ha accumulato?”. Figlio di mezzo ama la politica e i suoi paradossi, e si è buttato nella ricerca. Ha trovato i dati sui ritardi medi di alta velocità”.

Che adesso non vi sto qui a raccontare: sono spaventosi. Ne dubitavate? E comunque, se non avete Repubblica a portata di mano, magari domani, se me li chiedete, anche ve li dico. Ora è molto tardi e non ho ancora giustificato né le foto né il titolo di questo pezzo che ho già tirato troppo per le lunghe, ma non è una pizza. O almeno lo spero. Lasciatemi però aggiungere una cosa sola per me fondamentale: se la grande Concita De Gregorio negli articoli parla dei fatti suoi, lasciate che almeno questo lo possa fare anch’io nel mio piccolo. Senza che poi voi mi accusiate di sbrodolarmi addosso. Perché non è vero. Poco solo. Ma così a me va di scrivere. Vi piaccia o meno. Parlando bene o male di tutti. Senza mezze vie. Nessuno escluso. Libero come il sole. E di questo sì che me ne posso vantare.

Or dunque dopo il caffelatte e prima ancora di sfogliare i quattro quotidiani, due dei quali erano ancora in possesso della Tigre e guai a strapparlegli sotto al naso, ho acceso la tivù per vedere il quarto di finale degli Us Open, l’ultimo Grande Slam della stagione, tra Carlos Alcaraz e Ben Shelton, numero 2 e 8 del torneo, che mi ero opportunamente registrato per guardarmelo appena sveglio e senza nemmeno lontanamente immaginare che a Nuova York invece stessero ancora giocando il quinto set. Difatti il match è terminato addirittura alle 3:34 del mattino, le 9:34 nel Bel Paese. Dopo ben quattro ore e mezza di uno splendido, irrinunciabile, emozionante tennis, che mi sono gustato senza perdermi nemmeno un cambio di campo e, al massimo, tagliando la pubblicità di contorno.

Francamente pensavo che il duello si sarebbe concluso in un lampo o quasi. Come quello che mi ha spaventato appena due secondi dopo uno spaventoso tuono mentre chiudevo la finestra della mia stanza perché era cominciato a piovere di brutto e di traverso. Evidentemente mi sono sbagliato. Come mi succede per la verità di rado. Però oltre che immodesto sono anche dispettoso e quindi se adesso pensate che vi racconti come si è concluso il duello vi posso soltanto anticipare il punteggio sino al tie-break decisivo tra lo spagnolo di Murcia e l’americano di Atlanta : 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 6-6.

Il motivo invece per il quale oggi avevo deciso d’occuparmi prevalentemente di tennis è che domenica mattina molto volentieri ho accettato l’invito di mio fratello Roberto d’andare ad assistere alla finale dei campionati italiani under 14 femminile allo storico Tennis Club Mestre. Dove non potrò mai dimenticare che si disputò la finale europea di Coppa Davis nell’agosto del 1974 vinta dagli azzurri di Nicola Pietrangeli per 3-2 sulla Romania dopo il successo d’Adriano Panatta nella prima giornata su Ion Tiriac, di quello di Bertolucci-Panatta nel doppio il sabato contro Nastase e Tiriac al quinto set e il terzo punto conquistato la domenica pomeriggio con il sole a picco sulle zucche da Corrado Barazzutti su Ion Tiriac che si era dato per malato, ma il professor Paolo Toschi, medico della manifestazione, nonché stimato ginecologo che aveva messo al mondo tre estati prima i miei gemelli, Bicio e Giorgia, o Giorgia e Bicio, fate voi, costrinse l’allampanato rumeno a giocare e perdere 3-6, 0-6, 0-6.

Nell’affollatissima tribuna dove tutti stavano in piedi e quasi tutti a torso nudo, pure io accanto all’inseparabile Nico, e si poteva ancora fumare una Marlboro dietro l’altra, si sparse la voce che Tiriac più che indisposto avesse un po’ alzato il gomito la sera prima. Una leggenda metropolitana? Forse. Che Toschi mai mi confermò, ma nemmeno mi smentì, e che comunque non tolse nulla al valore del trionfo italiano su due grandi campioni come in particolare era Ilie Nastase. Che, come Adriano, ha vinto il Roland Garros ma pure l’Us Open ed era allora il numero uno del ranking mondiale. Più o meno domenica ero seduto sotto l’ombrellone da quella parte lì della tribunetta da dove ho scattato la foto delle due giovanissime finaliste, la siciliana Olivia Conticello e la torinese Giorgia Lanza. Ovviamente non ancora quattordicenni. Che s’abbracciano da buone amiche sotto rete al termine dell’avvincente finale che è durata oltre due ore e mezza per la verità molto piacevoli. Sempre sotto un sole cocente. E tra tanti amici che non vedevo da tempo. Come Teresa e Italo Garbin, i cari genitori della nostra Tathiana, mestrina doc e capitana dell’Italia vincitrice della Billie Jean Cup nel 2024 e 2025 con Elisabetta Cocciaretto e Jasmine Paolini. Le quali hanno battuto in finale gli Stati Uniti in entrambi i singolari contro Emma Navarro e Jessica Pegula rendendo ininfluente l’incontro di doppio Errani/Paolini contro le due forti americane.

Anche Conticello e Lanza sono campionesse del mondo a squadre della loro categoria dopo il successo ottenuto nell’ultima sfida al Giappone di cui adesso potrei darvi anche altre informazioni. Ma non credo che vi interessino molto. Come del resto non hanno intrigato il Gazzettino e la Nuova Venezia che non hanno regalato una sola riga all’evento di via Olimpia che pure lo avrebbe strameritato. Ma i due quotidiani sono troppo impegnati nel farci sapere al lunedì cosa hanno fatto lo Scaltenigo e il Sambruson nella terza categoria del pallone. O quante volte è andato ieri in toilette, sempre in fondo a destra, quel simpaticone di Federico Casarin. Altrimenti poi non riusciamo più a prendere sonno la notte. E quindi altro non vi dico di Olivia Conticello e Gorgia Lanza se non che sono una più brava dell’altra e diventeranno famose entrambe. Scommettiamo? Come Jannik Sinner sconosciuto anche alla Gazzetta sin quando a diciott’anni, nel novembre del 2019, non è stato il primo italiano ad imporsi nella Next Generation Atp Finals superando un certo Alex de Minaur. Mentre adesso se i suoi genitori, Siglinde e Hanspeter, guardano sotto al letto della loro camera matrimoniale a Sesto Pusteria, trovano dai quattro ai cinque giornalisti distesi, uno coi gomiti sulla pancia dell’altro, che prendono appunti su quello che si raccontano mamma e papà del numero 1 al mondo prima d’augurarsi la buonanotte.

Mio Dio, questo non è più un pezzo: è diventato un romanzo a puntate di tennis. Ma va bene lo stesso. Tanto ve lo spedisco domani (giovedì) così avete un paio di giorni per leggervelo in santa pace. Intanto venerdì vado a Sant’Elena a vedere Venezia-Fiorentina e poi vi saprò dire se metterò o meno in vendita il mio abbonamento al miglior offerente. Credo proprio di sì. Nel frattempo, tanto ho ormai perso il sonno, v’illustro la seconda foto che ha scattato il deus ex machina del Tennis Club Mestre, Marotta non Beppe, ma Pasquale: da sinistra a destra Mariano Scotton, eccellente presidente della Federtennis veneta, Olivia Conticello e Giorgia Lanza, oltre al mio entusiasta fratellino Roberto che è presidente del T.C. Mestre dall’inizio – penso – di questo secolo. Se poi arrivate anche a capire chi ha vinto il titolo italiano under 14, ovvero la piccola e terribile mancina siciliana di Catania che tiene la coppa in mano, siete davvero assolutamente in gamba. Olivia ha battuto l’amica che vive in Francia, a Roquebrune Saint-Martin, e s’allena a Finale Ligure, per 6-1, 4-6, 6-3. E comunque basta sentire il rumore che nasce dalle loro racchette quando colpiscono la pallina gialla per intuire che di strada ne faranno parecchia. Soprattutto se la Conticello migliorerà il servizio.

La filippica che invece volevo fare a molti giovani d’oggi che non si staccano mai da quel maledetto telefonino, non leggono un quotidiano che sia uno, neanche al bar, e sono di un’ignoranza spaventosa al pari dei loro grossolani e altezzosi genitori, stavolta ve la risparmio e la lascio nel titolo. Dove basta e avanza. E magari fa anche più rumore. Certo che domenica al T.C. ho incontrato un sacco d’anziani tennisti mestrini che seguivano la finale dell’under 14 con coinvolgente interesse. Come Panatta-Nastase di 52 anni fa. Tifando o per l’una o per l’altra fanciulla in erba. Mentre sugli spalti non c’era un solo giovincello scherzoso neanche a pagarlo oro. Eppure oggi nel Bel Paese c’è il boom d’iscrizioni ai tennis club sull’onda dei successi di Sinner e Berrettini, Musetti e Cobolli, ma anche della Paolini e dell’Errani. Però mi dicono anche i maestri che nessun giovane s’incolla al televisore per tifare quelli che sono diventati anche i loro idoli. Strano. Se non quando Jannik gioca la finale di un Open 1000. E quindi senz’altro in pochi sapranno che Alcaraz alla fin fine ha perso 10-7 il tie-break al quinto set con Shelton. Succede. Soprattutto se Carlos è stato male pure lui per la gran afa newyorkese. Evidentemente non c’è più cultura ed educazione sportiva nel Belpaese. Se è ancora un bel Paese. Peccato. Perché la gioventù bruciata dai cellulari  non sa proprio cosa si perde. E cosà si perderà. Nel tennis come nella vita. Amen.

 

 

 

 

 

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SATIRICON
DAL ROMANZO DI PETRONIO ARBITRO

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tratta prevalentemente di pallacanestro e tendenzialmente in forma satirica, ragion per cui negli articoli compaiono espressioni, commenti, giudizi volutamente erronei, irreali, paradossali, sarcastici e farseschi: banalmente ironici.

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