
Gioventù bruciata dai cellulari non guarda neanche Alcaraz
Non erano nemmeno scoccate le nove del mattino quando il rombo dei tuoni molto vicini mi ha tirato giù dal letto: avevo dormito come un bambino ed ero su di corda non perché aveva perso l’Inter la sera prima al Bernabeu, anche, ma perché pioveva intensamente. E guardare la pioggia che cade dai vetri della finestra di casa mi ha sempre messo di buon umore. Stavolta poi mi rallegrava ancora di più l’idea che la pioggia avesse portato con sé un po’ d’aria fresca in modo che la gente finisse una volta per tutte di dire che moriva dal caldo. Povero scemo. Dovrei infatti saperlo che da domani, quando la temperatura scenderà di cinque sei gradi, come raccontano le previsione del tempo, la gente si lamenterà di qualcos’altro. Del fatto per esempio che non si sa più come vestirsi. O, peggio, dei prezzi della melanzane, e ieri dei pomodoro, che sono saliti alle stelle. O dell’aumento della benzina e, peggio ancora, del gasolio che ha sfondato il tetto dei due euro al litro. Ma mai di questo governo che aveva promesso oltre quattro anni fa di togliere le accise e non d’alleggerirle di una decina di centesimi. La Giorgina infatti è brava. A far cosa? Vallo a capire. Forse ad affamare i già poveri in canna e arricchire le banche, però questo non devi neanche pensarlo: altrimenti sei un comunista di merda o, peggio, un magrebino che ha spedito ai parenti della sua Africa una montagna di milioni d’euro. Insomma i suoi risparmi. No, i soldi rubati a voi italiani.
Stamattina in verità mi ero svegliato pensando che vi avrei parlato d’altro e quasi subito. Ovvero dopo il solito caffellatte con due effe, due elle e due ti, e dopo la lettura dei quotidiani assieme a voi con uno spirito un cicinin critico e polemico come avrebbe scritto Giorgio Reineri, uno dei migliori giornalisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare al loro fianco. Alle Olimpiadi o ai Mondiali di calcio. Con il quale andrò domani a pranzo assieme alla sua cara Carol che non vedo – credo – più o meno da trent’anni. Come passa il tempo, direte. E invece io preferisco pensare che chissà quante cose avremmo da raccontarci. Lei dei suoi States sempre in più brutti stati con quel Donald alla Casa Bianca ed io di questo Veneto del prosecco di Zaia che si è indebitato fin sopra i capelli per dei Giochi invernali che secondo l’ex governatore dovevano essere organizzati “a costo zero”. Come no? Soprattutto l’inagibile pista di bob di Cortina. Ma non importa.
Mi sono perso di nuovo, ma stavolta volentieri. Perché con Giorgio e Carol so che starò bene. Gustando magari un buon pesciolino di laguna al Leone di San Marco. Anche se c’è il fermo pesca. Ma non per chi ha la sua barchetta. Stavo scrivendo che se tutte le partite fossero come Real Madrid–Inter di ieri sera che ho seguito avidamente su Sky dal primo all’ultimo minuto e anche oltre nelle interviste del dopo partita, m’appassionerei ancora di calcio. Trascurando il prete falso o il falso prete, fate voi, insomma Fabio Caressa, e lo Zio, Beppe Bergomi, che non sapevo avesse scritto il testo a Bobby Solo di Una lacrima sul viso. Scusate l’ignoranza. Ma non ho visto nemmeno la finale del Mondiale del magna-magna di Gianni Infantino e quindi continuerò ad annoiarmi davanti al televisore al massimo con la Juve di Spalletti in campionato, ma non certo a metà settimana in Uefa Europa League: me ne vergognerei troppo. Come dovrebbe fare del resto John El Cann autorizzato, per un bel quadro di famiglia bianconera, ad addormentarsi all’Allianz Stadium sulla spalla di Gianluca Ferrero. A patto però che il suo presidente gli ronfi pesantemente nell’orecchio.
Del resto ogni volta non ci sarà il magnifico Josè Mourinho a raccontarci a modo suo, ovvero meravigliosamente bene, nel suo stile di uomo intelligente più che di Number One capace, come sono andate le cose nel 2-1del Bernabeu. “Mi è piaciuto più di tutto il risultato: tre punti alla prima contro una squadra fortissima. E’ stata una partita spettacolare, penso, per chi sta a casa e per chi sta allo stadio, non per me e per Chivu. Una partita pazza. Poteva essere 5-0 per noi. Poteva essere 5-5 o 7-6 o 6-5. Una partita con tantissime palle-gol. Loro sono bravi, sono forti. E’ stato difficile per noi contro quel centrocampo chiuderli in un blocco basso. Noi uscivamo in contropiede e potevamo finire il conto già termine del primo tempo con il 3-0 di Bellingham finito sul palo. Però l’Inter poteva segnare prima di noi. Anche questo è vero. E dopo aver fatto il 2-1 hanno tenuto aperta la partita sino alla fine. Una partita pazza: mi ripeto”.

Lo staresti a sentire per ore. “Chivu? Un abbraccio prima, un abbraccio dopo. Io so quello che lui sente per me. Lui sa quello che sento per lui. Mabappé? Ha lavorato moltissimo per la squadra. Come del resto Vinicius. Ha avuto altre due o tre occasioni da gol che lui di solito fa. Però questo non mi preoccupa perché sicuramente sarà di nuovo capocannoniere della Champions. Anzi, non posso essere di lui più soddisfatto di così”. La prossima sarà con la Roma. “Sempre da ex. E’ nel mio destino di uomo fortunato. Sarò molto emozionato prima e dopo la partita. Come stasera. Non durante la partita”. Perché Florentino Perez l’ha rivoluta a tutti i costi. “Perché sarà dura”. E qui s’inventa una rima baciata: “Quando è facile non fa per me, quando è dura aiuta Josè”. Applausi. Poi la parola è passata a Bubbolone Condò e ho cambiato canale: l’ovvietà e il buonismo, che sono il suo dolcetto quotidiano, non possono essere il mio pane. Anche perché dicono che abbia anche il diabete, seppur secondario, ma non ci credo e comunque me ne frego e la frutta non me la potrà togliere nessuno dal piatto. Neanche la Tigre.
Penso che la numero uno tra le giornaliste d’Italia sia oggi come oggi di gran lunga Concita De Gregorio. Difatti non mi perdo un suo libro e il suo fondino di pagina 14 di Repubblica sulla destra che quasi ogni giorno batte quello di sinistra di un altro fuoriclasse come Michele Serra sull’Amaca. Oggi in “Invece Concita” ha scritto che “Negli anni Sessanta i responsabili della campagna presidenziale di Kennedy inventarono uno slogan che ha fatto la storia della comunicazione politica: “Comprereste un’auto usata da quest’uomo?”. Era la domanda fatta sotto la foto di Richard Nixon, l’avversario repubblicano di Kennedy. Mi è tornato in mente l’altro giorno mentre a casa pranzavo con i miei figli. Ho sempre amato le discussioni che animano pranzo e cene dopo una domanda all’apparenza senza senso. “Ma Salvini da quando è ministro dei Trasporti quanto tempo ha fatto perdere a chi viaggia in treno? Quanto ritardo ha accumulato?”. Figlio di mezzo ama la politica e i suoi paradossi, e si è buttato nella ricerca. Ha trovato i dati sui ritardi medi di alta velocità”.
Che adesso non vi sto qui a raccontare: sono spaventosi. Ne dubitavate? E comunque, se non avete Repubblica a portata di mano, magari domani, se me li chiedete, ve li dico. Ora è molto tardi e non ho ancora giustificato né le foto né il titolo di questo pezzo che l’ho già tirato troppo per le lunghe, ma non è una pizza. O almeno lo spero. Lasciatemi però aggiungere una cosa sola per me fondamentale: se la grande Concita De Gregorio negli articoli parla dei fatti suoi, lasciate che almeno questo lo possa fare anch’io senza che poi voi mi accusiate di sbrodolarmi addosso. Perché non è vero. Poco solo. Ma così a me va di scrivere. Vi piaccia o non vi piaccia. Parlando bene o male di tutti. Senza mezze vie. Nessuno escluso. Libero come il sole. E di questo sì che me ne vanto.