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CLAUDIO PEA
MORS TUA VITA PEA

Willy e l’Happy Hand, una meravigliosa storia tutta da vivere

9 Giugno 2026

Dico la verità: non sapevo quale scegliere tra le foto-ricordo di Willy che definire semplicemente belle sarebbe riduttivo. Soprattutto due mi hanno colpito più delle altre: quella dello splendido murale dipinto dall’artista padovano che è un veneto eccezionale. Ovvero proprio raro, direi unico e particolare: non beve alcolici, non bestemmia e non è leghista. Insomma un cinin m’assomiglia se non fosse che io non so tenere in mano una matita e in disegno alle medie volevano ogni anno rimandarmi a settembre. Come hanno invece fatto con mio figlio al liceo scientifico e solo in quella materia. Robe da matti. Non mi credete? Fate a meno, però dovreste ormai aver imparato a conoscermi sapendo che non racconto storie. Lui si firma Co110 (Ci-o- centodieci) perché nella città del Santo c’è un altro Coppo di nome Andrea che fa il suo stesso raro mestiere, ma forse vota per Salvini o per Zaia e quindi proprio non ci siamo. Anche se ugualmente potremmo andare d’amore e d’accordo. Altrimenti non avrei un solo amico nel resto del Veneto. Che non comprende Venezia, sia chiaro, e al massimo purtroppo la mia Mestre.

E qui inchiodo di brutto. Tirando subito anche il freno a mano. Mi sono sbrodolato addosso già abbastanza, come purtroppo è il mio difetto più grande quando scrivo sul blog. E difatti la Tigre ha già provveduto subito a buttare la camicia e la canotta in lavatrice. Ma è più forte di me. Vorrei che conosceste bene tutte le storie della mia vita che è stata meravigliosa e per questo dovrei scrivere un libro. Lo prometto ogni anno alla Giorgia quando finiscono i playoff di basket che mi spremono come un limone. E magari quest’estate anche l’accontento. Sul serio e per una precisa ragione: i miei tre nipoti, luce dei miei occhi, restano spesso incantati dai racconti sportivi che faccio, ma se per esempio parlo di Gianni Rivera con il quale sono stato anche a cena, solo lui e io, in un ristorante di pesce a Catania e abbiamo diviso un salatissimo conto che né il Milan, né il Giorno ci avrebbero mai rimborsato, devo poi piegare a loro anche chi era l’Abatino, come lo chiamava Gianni Brera, e, già che c’ero, anche chi mai fosse il numero 1 dei giornalisti italiani d’ogni epoca. Dopo ovviamente Flavio Tranquillo, altrimenti poi Ciccioblack e la sua Banda Osiris che ha messo le tende nella Lega dei miracoli di Maurizio Gherardini e Andrea Bargnani, un unico presidente al prezzo di due, s’arrabbiano e vanno a piangere sulla spalla di chi li saprà comunque consolare.

Per fortuna che dovevo staccarmi dai miei ricordi. Però adesso, bando alle ciance, lascio la parola al mio grande amico Lorenzo Sani che a Bologna quasi tutti chiamano Larry, con la york finale, come il suo primo libro di successo, “Più sangue Larry: vita improbabile di un cronista di provincia”. Neanche fosse nato a Los Angeles, California. E invece Lorenz(acci)o è nato a Mestre, a non molto isolati da casa mia, in una laterale di via Piave che era all’epoca la strada più signorile del comune di Venezia in terraferma. Altro che l’iconico Sunset Boulevard. Pochi lo sanno. E nemmeno io non lo sapevo sino a poco tempo fa. Altrimenti non l’avrei lasciato andare a due anni e mezzo a Reggio Emilia. Perché è un ragazzo d’oro. Sì, lo chiamo ancora ragazzo. Anche se ha solo due lustri meno di me. Perché ha sempre uno spirito giovanile e delle idee creative che diventano spesso rivoluzionarie. Come il saggio curato da lui: “Garibaldi Giuseppe disabile e arruolato”. Che portò in scena nell’edizione numero 8 di Happy Hand, la manifestazione organizzata a San Lazzaro di Savena dal suo gruppo che è l’associazione bolognese Willy The King Group in occasione “del 136esimo anniversario della morte dell’Eroe dei due mondi”.

Un po’ alla volta gli lascio molto volentieri la scena e la parola. Insieme a questa domanda che leggo sul retro della copertina del libro dedicato a Garibaldi: “E’ una provocazione mettere il Leone della Libertà su una sedia a rotelle? Be’, se davvero lo pensi, dispiace dirlo, ma sei fuori strada”. Sì, concordo: completamente fuori strada. Lasciami solo ancora spiegare, caro Larri, perché alla fin fine non ho messo la foto dell’inaugurazione del magnifico murale di Co110 dedicato a Willy Boselli, scomparso giusto un anno fa, presso il centro sportivo Jesse Owens di Calderino, nel fatidico momento del tagliato del nastro da parte di Marina Orlandi, vedova di Marco Biagi, alla tua sinistra, e di Monica Cinti, nipote di Mara e Gianni Corsolini, alla tua destra. E lasciami pure dire che Mara e Gianni furono due grandi personaggi della nostra pallacanestro che ai miei due nipoti appassionatissimi di basket, uno più dell’altro, non posso non spiegare chi fossero e chi sono stati per gli appassionati di Cantù. Mentre Monica Cinti è il sindaco di Monte San Pietro dove Happy Hand è tornato  per la sua 14esima edizione che si è svolta nel weekend della scorsa settimana e che ha avuto – manco a dirlo – un bel successo e una ampia adesione non solo di disabili.

La vecchia foto in bianco e nero che schiaccia il titolo di questo articolo l’ho scelta perché spiega molto di Larri e del gruppo che sostiene da quindici anni questa strepitosa iniziativa. Lasciandola ricordare a Lorenzo: “La prima volta che Jack Zatti, storico capitano delle F, venne a Bologna da avversario della Fortitudo in maglia Montecatini, tutti i club di tifosi (e non solo della Fossa) gli donarono targhe e sciarpe, oltre a un’ovazione. Con Willy fondammo anche il club degli Orfani (di Zatti per l’appunto) con tanto di striscione al palasport. E gli consegnammo una targa anche noi. Che fu proprio Willy a dargliela con un largo sorriso. Era la targa dell’auto di Zatti che gli avevamo smontato la sera precedente senza che lui se ne accorgesse”.

Fantastico, no? Ma chi era Willy? Un ragazzo davvero eccezionale che ho avuto la fortuna di conoscere una quindicina d’anni fa quando ho partecipato alla prima dell’Happy Hand bolognese con la partita tra disabili nel clou della festa alla quale parteciparono campioni del calibro del compianto Marco Bonamico e di Sasha Djordjevic. Non so se mi spiego. Ma anche stelle come Claudio Pilutti, Massimo Aldi, Cristiano Zanus Fortes, Riccardo Morandotti, Moris Masetti, Amedeo Della Valle, Matteo Lanza, Stefano Vidili, John Douglas, Massimo Iacopini, Diego Pastori, Gregor Fucka, Dan Gay, John Mc Nealy e Luca Silvestrin recentemente pure lui scomparso. Oltre al portiere della nazionale Gianluca Pagliuca, tifosissimo della Virtus, al difensore Michelangelo Albertazzi e al bomber Fabio Bazzani,  fan doc della Fortitudo. Con Nino Pellacani e Cesare Covino allenatori dei due team. E poi non ditemi che Lorenzo Sani, detto Larri alla venexiana, non è un grande. Di più, un grandissimo.

P.S. : molti aficionados mi hanno contattato per segnalarmi che – sono parole loro – la Gazzetta di oggi non aveva scritto una sola riga di basket a due giorni dalla prima finale scudetto tra l’Armani e la Reyer. Se è per questo, il quotidiano sportivo di Urbano Cairo, che non fa mai niente per niente, non ha nemmeno fatto parola della scomparsa di un grande allenatore di pallacanestro come il Topone Pasini e non si è occupata nemmeno di gara 3 di finale Nba tra New York, campione ad Est, e San Antonio nella Western Conference. Che Sky ha trasmesso in differita a mezzogiorno forse perché prima Tranquillo e Pessina non si potevano svegliare? Anche, ma soprattutto perché Ciccioblack è molto arrabbiato con Fefè, Federico Ferri, il suo direttore che non l’ha mandato negli States come aveva fatto negli ultimi vent’anni. Del resto il basket su Sky raccoglie al massimo, quando gli va di lusso, 30-35 mila spettatori. E comunque, se dovete lamentarvi, non ditelo a me, ma alla Lega di Gherardini e Bargnani che se la dormono di gusto molto più di Giannino Petrucci che almeno si sveglia al mattino molto presto e, se può, va anche in chiesa. Come me. Per la santa messa. Orate frates. Che non è Fabrizio. Pregate, fratelli, che ne abbiamo tutti bisogno.

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SATIRICON
DAL ROMANZO DI PETRONIO ARBITRO

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tratta prevalentemente di pallacanestro e tendenzialmente in forma satirica, ragion per cui negli articoli compaiono espressioni, commenti, giudizi volutamente erronei, irreali, paradossali, sarcastici e farseschi: banalmente ironici.

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