
Addio Topone, ti voleva molto bene pure Carlton Myers
“Non mi ricordo se fosse estate o inverno, so che era ottobre”. Ero in cucina e stavo aprendo il frigo per prendere dal freezer la granita al limone che mi ero comprato al Chocolat in galleria per gustarmela nel pomeriggio assolato ma non proprio caldo e afoso. Quando sono stato incuriosito dalla televisione che la Tigre tiene quasi sempre accesa quando prepara da mangiare per la cena. E ieri stava cucinando i fagioli borlotti di Lamon delle vallate bellunesi che sono i migliori al mondo. E che finalmente avrei potuto gustare dopo una settimana di mal di pancia. Chiamiamolo “edulcoratamente” così tra virgolette. Davano in tivù sull’Uno della Rai un revival di Domenica In d’antan. Condotta addirittura da Pippo Baudo. Con un Carlo Verdone poco più che trentenne che parlava d’Albertone che stava seduto al suo fianco e se la rideva di gusto come solo Alberto Sordi sapeva ridere. Il film di cui parlava Verdone credo fosse “In viaggio con papà” che penso d’aver visto una dozzina di volte. Come Pretty woman e Il diavolo veste Prada. In fondo ho gusti semplici. Difatti mi piaceva più di Messi capitan Iniesta, di cui ho la maglia originale numero 8 blu-granata che veste la poltrona della mia camera da letto. E Sandro Dell’Agnello più di Oscar Schmidt. Che ho letto fossero cane e gatto quando giocavano insieme a Caserta. Non credeteci.
Mi sono perso. Di nuovo. Ma stavolta l’ho fatto apposta. E poi ne capirete la ragione. “Lui era il regista e mi fece rifare la stessa scena almeno quattro volte d’io nudo che correvo con le mani davanti per coprire le mie parti intime. Su e giù in aperta campagna”, raccontava sbuffando. “Poi alla quinta mi giro e se n’era andato con tutta la troupe senza dirmi niente”. Ed è qui, come un presentimento, che mi è venuto in mente il Topone. Come l’Orso Eleni e io chiamavamo Piero Pasini. Ora non so chi dei due gli abbia appiccicato addosso il soprannome forse più celebre della storia della nostra pallacanestro del secolo scorso. Come Nano ghiacciato dato da Oscar a DinDonDan Peterson e Paron da me a Tonino Zorzi. Mentre – sia chiaro – l’appellativo d’Acciughino a Riccardo Pittis è solo farina del mio sacco. Mentre i livornesi chiamavano Allegri già Acciuga quando il giorno prima di sposarsi scappò a casa di Giovanni Galeone senza dir niente a nessuno. E la sposa mancata dovette, poveretta, restituire tutti i regali del matrimonio. Anche all’attuale nostro cittì del basket. Questa me l’ha raccontata infatti proprio Luca Banchi quand’era ancora il vice allenatore di Simone Pianigiani a Siena e non ho motivo di dubitarne. Conoscendoli bene tutti quanti i protagonisti di questa stramba vicenda.
All’epoca, e parlo dell’inizio degli anni ’80, Piero portava degli splendidi baffi neri molto ben curati per cui non sarebbe stato difficile per nessuno chiamarlo affettuosamente Topone. Che cominciò ad allenare a Vigevano in serie B nel 1974 ottenendo la promozione in A2 alla sua terza stagione. Ma è nell’81-82 che il diesse Nestore Crespi lo chiamò a Treviso ed è qui che fraternizzammo subito e diventammo buoni amici. Anche se erano già due anni che lavoravo al Giorno di Milano in via Fava e tornavo a Mestre in famiglia una sola volta al mese. Ma sempre, dico sempre, trovavo una scusa per scappare a pranzare con lui alla Pasina, l’osteria di Dosson di Casier, non lontano da Treviso, ricavata da un cascinale dell’800. Dove si mangiava da dio assecondando la tradizione della cucina veneta che è molto più ricca e fantasiosa di quel che si possa pensare altrove.
Il Topone era un’ottima forchetta e di una simpatia unica. Specie quando raccontava la città di Signore e signori meglio di Pietro Germi. Che pure per questo film aveva vinto il David di Donatello 1976. Purtroppo in quella stagione Treviso retrocesse e Pasini non venne riconfermato, ma non dovete pensare che perse l’occasione della vita. Perché la Benetton era al primo anno di sponsorizzazione e non era ancora proprietaria di una squadra parecchio debole che avrebbe dovuto giocare un altro campionato a Padova in attesa che fosse pronto il Palaverde di Villorba e che Gilberto Benetton acquistasse la società e mettesse mano al portafoglio con gli arrivi di Toio Ferracini, Phil Melillo e Zeliko Jerkov. E successivamente di Massimo Iacopini e Audie Norris. Ottenendo la promozione in serie A1 solo nel 1987 con l’indimenticabile Barone, Riccardo Sales, alla guida di un team finalmente competitivo almeno per l’A2.
Poco male. Piero non era tipo da scoraggiarsi di fronte alle prime difficoltà della carriera. Anzi. Trovò il coraggio e l’abilità di fare il grande salto. Cioè passò al basket femminile e con la Zolu Vicenza conquistò non solo lo scudetto, ma pure una storica Coppa dei Campioni con giocatrici del calibro di Mara Fullin, Catarina Pollini, Lidia Gorlin, Stefania Passaro, Wanda Sandon e chi più ne ha, più ne metta. Nella finale proprio del Taliercio contro le tedesche di Duesseldorf che ricordo come fosse adesso. Dal momento che il Topone accettò il mio consiglio e andammo a cenare tutti insieme, squadra, dirigenti e giornalisti, ai Veterani dalla Lisa e Massimo in piazza Ferretto. Ovviamente a Mestre. Dove la festa durò sin quasi all’alba. Una meraviglia. Però il resto della storia del bravo allenatore di Forlimpopoli che mai si staccò dalla sua Romagna, tra Forlì e Rimini, e dalla sua cara figlia Monica, non sto adesso qui a raccontarvela per intero. Vi stresserei. Anche perché farei prima a dirvi dove non è stato a seminare pallacanestro con intelligenza e garbo. Sapendoci sempre fare e dovunque raccogliendo stima e amore. E comunque ha allenato le donne anche a Schio, Parma, Bolzano, Forlì e Battipaglia. E i nostri giovanottoni pure a Livorno, Brindisi, Rimini, Forlì, Reggio Emilia, Brescia, Caserta, Avellino, Napoli, Trieste. Sin quasi a 75 anni. E oggi, a 84 appena fatti, se ne è andato. In silenzio. Mentre proprio ieri l’ho pensato mentre sentivo Carlo Verdone in tivù e mi chiedevo se fosse estate o inverno, so che quella volta ad aprile mi chiamò in redazione che era un lunedì e mi propose d’andare a mangiare il pesciolino con lui il giorno dopo a Rimini. “Stanotte vanno a pescare e domattina gli scampi sono dolci come il miele”. Lo presi per matto. Ma mi convinse quando aggiunse che con noi a pranzo sarebbe venuto anche un ragazzino di colore che lui avrebbe fatto debuttare presto in prima squadra e sarebbe diventato il miglior giocatore italiano in assoluto.
Sì, va bene. Gli risposi. “Ho proprio voglia d’imbalsamarmi davanti a un piatto di scampi crudi che solo dalle vostre parti sono così grandi e squisiti”. Il Topone fu di parola. E lo sapevo. Non mi ha mai raccontato balle in vita sua. Men che meno a tavola. E non barò nemmeno con il diciassettenne nato a Londra da padre sassofonista caraibico e madre romagnola di Perticara che lo prese in casa a nove anni e lo portò a giocare a pallacanestro da Claudio Papini in quel di Rimini. Il suo nome? Carlton Myers, il portabandiera dell’Italia alle Olimpiadi del 2000 a Sidney.
Questo è il mio coccodrillo dedicato ad un uomo al quale ho voluto sempre molto bene e glielo ho detto l’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono qualche mese fa. Il Topone era più preoccupato per la mia salute che per la sua. Eppure sapevo che faceva già fatica a camminare. Che lieve ti sia la terra. Amico mio. Buono come il pane. Sino a metà pomeriggio ho sperato che il coccodrillo te lo potesse scrivere l’Orso Eleni che è un maestro in questi tristi frangenti. Ma aveva già scritto per l’Indiscreto che non erano ancora suonate le campane di mezzogiorno e Oscar ha sempre una fretta boia di spedire il pezzo. Tanto che neanche si rilegge. Peccato. Oggi devi accontentarmi del mio di coccodrillo. Mentre mi scendono le lacrime dagli occhi. Abbi pazienza. Avremmo anche dovuto vederci prima della ferie con Valter Fuochi e il suo gruppo di fedelissimi. Che ti hanno aspettato invano a pranzo sabato da Alfio a Predappio. Dove siamo stati tante volte insieme a cenare con Maurizio Gherardini. E non parlando quasi mai di palla nel cestino. Che tanto non piace più a nessuno. Ma non è mica vero. A te, per esempio, piaceva da morire. Ah, me ne stavo quasi dimenticando. Ti voleva molto bene pure Myers. Me lo confessò un anno fa a Torino durante le final eight di Coppa Italia. Facendo finta quasi di non ricordarsi di quella sua prima intervista al Giorno. Nella quale parlo quasi solo di suo padre. E sua madre s’arrabbiò parecchio. Mondo ingrato! O no? Penso proprio di sì.