
Di quante zucche vuote è piena la nostra palla nel cestino?
Prima che me ne dimentichi, qualcuno, non certo io, dica a Salvini, che mi pare abbia lo stesso nome di Renzi, un altro di buono, che non è bello che il vicepresidente del Consiglio dei ministri del regime Meloni, nonché ministro delle infrastrutture e dei trasporti, che nel Bel Paese infatti funzionano che sono una meraviglia, in particolare i treni delle ferrovie dello Stato, affermi che “è quattro anni che siamo al governo”. Caso mai “sono”, ma non è questo che pone in dubbio il suo italiano molto disinvolto e a volte pure un cinin maccheronico, quanto l’uso improprio dei congiuntivi e dei condizionali di cui ha infarcito anche l’altro giorno il suo discorso di ringraziamento per la quarta conferma di fila a segretario della Lega ormai precipitata ai minimi storici. Evviva!
Tolto questo sassolino dalla scarpa, vi dico subito che sul far della sera raggiungerò Sant’Elena per veder perdere il Venezia contro l’Inter. In effetti sono diventato un preoccupante masochista seriale da quando mi sono fatto del male da solo abbonandomi in tribuna laterale del Penzo a una squadra che cedendo Doumbia allo Sporting Lisbona e Svoboda al Brighton, e non sostituendoli adeguatamente, si era già data quest’estate la zappa sui piedi. Insomma avrei dovuto immaginarmelo che non ci sarebbe stata trippa per gatti e men che meno per il Venezia della bella Bodiebuilding. Difatti quando a ferragosto l’abbonamento (di fedeltà) ai colori neroverdi mi ha dato la possibilità di vedere gratuitamente Venezia-Modena di Coppa Italia, andatevi per curiosità a leggere il titolo del pezzo che ho scritto il giorno successivo, ovvero il 16 d’agosto: “Venezia, una vittoria in Coppa che fa più male di una sconfitta”. Insomma avevo previsto tutto. E non dico le sei sconfitte consecutive che sono costate l’esonero di Giovannino Stroppa, perché almeno con il Lecce e la Fiorentina in casa, o a Frosinone, pensavo che il Venezia potesse raggranellare qualche punto. Ma soprattutto non mi convinceva quella difesa a tre senza Svoboda e quell’attacco con il solo Adams di punta e Adorante infortunato chissà sino a quando.
Ora è anche vero che con l’arrivo di Davide Nicola è arrivata per sbaglio una vittoria sul Napoli e che almeno con Juan Jesus, al centro della retroguardia a cinque, i lagunari hanno beccato in due partite un unico gol a Genova dall’ex Ellertsson. O che in fin dei conti le penultime in classifica, Udinese, Fiorentina e Parma, hanno solamente un punto in più del Venezia. Però lasciatemi anche pensare che nei due prossimi impegni, il Como in trasferta dopo i campioni d’Italia, non c’è da stare molto allegri. Anzi. Così come mi è difficile credere che la squadra di Nicola alla fine della stagione finisca davanti a quelle tre. Al Parma forse, ma non certo all’Udinese, che cambierà l’allenatore se perderà oggi al Tardini, e alla nuova Fiorentina. Che a Sant’Elena ha vinto in carrozza (2-4) e a San Siro con l’Inter conduceva 1-0 al novantesimo prima del doppio pasticcio nei sei minuti di recupero.
“Non lo faccio più” avevo promesso la settimana scorsa. E sono stato (abbastanza) di parola. Difatti ieri sera ho finito di vedere quel che sono riuscito a seguire in registrata lunedì. E stamattina ho potuto così finalmente rileggere i giornali dopo più di una settimana. Mentre domenica sono stato al pranzo dell’Oktoberfest nella splendida villa di Liliana e Valter e per il momento vi dico soltanto che mi sono alzato da tavola che era già quasi buio pesto. Per via dell’ora solare che al mattino mi aveva colto impreparato. Al punto – vi ricordate? – che ho dovuto girare mezza Mestre per trovare un bar aperto e fare colazione. Per forza: non erano le 8:30 ma le 7 e mezza. E non avevo nella zucca ancora realizzato che nella notte fosse terminata l’ora legale.
In piazza c’erano oggi tante zucche (vedi foto, n.d.r.) come la mia per Halloween, la più brutta festa che ci sia, non fosse altro perché a stelle e strisce, Trump e la first lady Melania da Novo Mesto (Slovenia). Che quest’anno cade di sabato. Peggio che peggio. Ed io andrò a letto molto presto. Potete scommetterci. Anche perché domenica sarò a Udine. Contro Tortona. E non aggiungo altro. Siete troppo curiosi. E comunque sarà che a me la zucca non piace e men che meno l’ossessionante dolcetto o scherzetto. E poi troppe zucche ho conosciuto nella nostra palla nel cestino, ma pure nel calcio, per non essere infastidito solo al pensiero di quali presidenti oggi lo governano. Su, forza. Ditemi un padrone del vapore che vi convince. Senz’altro Beppe Marotta. Col quale ho mosso i primi passi a Milano. Al mercato dell’Hilton. Lui segretario del Varese, io cronista del Giorno. Pranzavamo quasi ogni mezzogiorno insieme ed è un gusto ricordare adesso quali erano allora, quasi mezzo secolo fa, le nostre ambizioni. Di sicuro le sue non erano quelle di poter diventare un giorno presidente dei campioni d’Italia. Con largo merito. E la mia? Quella di poterlo abbracciare oggi pomeriggio forte forte se mi lasceranno raggiungere la piccolissima tribuna d’onore.
Nel basket mi piaceva l’ex presidente di Treviso, Paolo Vazzoler, e non l’ho mai nascosto. E adesso? Lasciatemi pensare: senz’altro Luigi Longo, collega e amico. Che a Trento ha sempre fatto i bambini coi baffi. Come diceva Riccardo Sales che nemmeno immaginate quanto ancora mi manchi. Il Barone che mi ha insegnato a scrivere bene del vincente e successivamente anche male del perdente. Dando sempre a Cesare quel che è di Cesare. E difatti se ora dovessi parlare del derby che ho seguito a spizzichi e bocconi su Lba Tv, ma che mi riprometto di rigustare da cima a fondo, comincerei ad esaltare l’ennesima grande prestazione dei ragazzi di Marcelo Nicola, l’allenatore del mese assieme ad Alex Mumbrù (Virtus): dal Cappelletti che adoro anche in brodo a Russel, 19 punti come il bomber Macura, che non è più un discolo. E in un secondo momento prenderei per i fondelli la Reyer di Olivetta Spahija. Della quale, meglio di me, ne scriverà domani Stefano Babato nel suo Giovedì grasso. Io mi limito a ribadire che quella oro-granata è una squadra “vorrei ma non posso” da qualche anno a questa parte. E mi meraviglio soprattutto di Napoleone Brugnaro che un tempo avrebbe fatto il diavolo a quattro per molto meno.
Post scriptum: mi dimenticavo del Vate Valerio Bianchini, oggi presidente onorario del deludente Bc Roma, una vittoria e quattro sconfitte sinora. A lui metterei in mano le fortune della nostra pallacanestro come illo tempore ci riuscì il meraviglioso Principe. Alias Cesare Rubini. Ma tranquilli, Giannino Petrucci è intenzionato a non mollare prima del 2045. Quando compirà cent’anni. E io sarò già in un canestro di nuvole a raccontarcela con il Barone e Sandro Gamba. E aggiungendoci, se non gli dispiace, pure l’Orso Eleni.