
IL VENERDI’ MAGRO DI LUCA CIRILLO: QUEL DRIBBLOMANE DI UN RE SOLE
Una volta lo chiamo Luca, un’altra Cirillo: e sbaglio. A lui piace che lo chiami Luca. Come a me Claudio. Perché quando mi chiamano Pea mi sembra che vogliano prendere le distanze. E poi pea in venexiano e’ la terza persona singolare del verbo pelare: io peo, tu pei, egli pea. Sì le patate o i gatti? Mentre io e Luca siamo culo e camicia anche se ci siamo visti il 23 settembre dopo un decennio o forse anche più. Ora ricordo: dall’estate del 2013 quando piombò nel ritiro della Val di Sole Gonzalo Higuin e fui vaffanculato da De Lamentis che nell’occasione, devo dire la verità, tutta la verità, nientr’altro che la verità aveva ragione da vendere. Infatti da corretto capo-ufficio stampa del Trentino non avrei dovuto svelare ai giornalisti napoletani tutte le tappe che quel giorno avrebbe fatto Higuain per raggiungere Dimaro da Roma. A mezzanotte in punto. Quando tutte le campane della Val di Sole feci eccezionalmente suonare a festa mentre il Re Sole m’urlava al telefono: “Sei una merda”. Lo dice a tutti e quindi non mi fece neanche il solletico. “Il prossimo anno porto la squadra in Austria o in Svizzera”. Difatti anche quest’estate è stato con tutta la sacra famiglia un paio di settimane a sbaffo a Dimaro.
Ciò che vi vado narrando non attiene alle geometrie pedatorie della pelouse, bensì alle stanze segrete del comando de los tanos del fùtbol. Colà risiede il vero, autentico top player della contrada di Partenope, un autorevole esponente della finta che fa impallidire i più celebrati eupatridi del pallone di ogni tempo. Parlo, com’è ovvio, di sua immensità Aurelio De Laurentiis, Re maggiore sullo spartito della SSC Napoli.
In questi tempi di vacche magre sul rettangolo verde, dove i sirenetti di Allegri si muovono tristi con la grazia di ippopotami in palude, il Don Aurelio nazionalpopolare esibisce doti da funambolo d’antan. La specialità della casa – oltre alla trippa a St. Moritz – è il dribbling secco e reiterato con il quale manda in confusione tifosi e pennivendoli, saltati di netto con movenze che nessun calciatore della sua truppa – il tanto celebrato De Bruyne compreso – saprebbe oggi replicare senza incorrere in irritanti infortuni.
Il Nostro – o Vostro, se vi piace di più – Aurelio possiede una virtù magica, quasi sciamanica che avrebbe fatto impazzire in un colpo solo Carmelo Bene e Luigi Pirandello: illumina quando non c’è, così è se non vi appare. Non appena si palesa, cala il buio della polemica. Se Maradona ha piegato le leggi della fisica ben oltre la quantistica, l’universo intero ha ribaltato le immutabili regole dell’eclissi per l’Aurelio che move il suo calcio tra le altre stelle. Ed è tutta qui l’incolmabile distanza tra la Mano de Dios e la testa di De Laurentiis che tra cent’anni (di salute e trionfi, ca va san dire) dovrà avere, per meriti sul campo, una statua al Maradona. Perchè è lì che il Napoli – scommettiamo? – giocherà ancora tra cent’anni. Tu pensa al mondo tra cent’anni, canta Rosalino Cellamare, in arte Ron. Ecco, immagina… Con una certezza: il Napoli continuerà la sua storia nello stadio che vide i trionfi del Pibe de Oro. E anche di Careca, calciatore mai elogiato abbastanza, e poi di Kvaratskhelia, Di Lorenzo, Osimhen, McTominay, di Spalletti che diede un senso a Sarri e di Conte che fece quel che ad Ancelotti fu chiesto. Solo che Antonio, a differenza di Carletto, si è fatto dare – come condicio sine qua non – tutto il necessario, compreso l’esilio momentaneo del Re e di parte della sua corte.
Scusate la grassa, ma necessaria e doverosa premessa in questa prima tornata del Venerdì magro. Che è fondamentale per raccontarvi della vexata quaestio del momento: il destino del Napoli e la eventuale cessione del club. Su questo terreno, il prode Aurelio (“a te ti prode? A me non mi prode niente“, direbbe Totò), presidente dei due scudetti p.D. (post Diegum, meglio precisare, Elena Ethel Schlein, detta Elly, non c’entra nulla) veste i panni del Re Sole, tuona “Naples c’est moi” ed alza il ponte levatoio mentre ribadisce ai quattro venti che il club non è in vendita nemmeno per tutto l’oro del reame. Un attimo dopo ammicca (doveroso un pensiero a Gigi Proietti e al suo leggendario Pietro) indistintamente ai mercanti d’oriente e d’occidente invitando gli interessati a farsi avanti moneta sonante alla mano. Dirin, diri, dirin, diri, dirindiri: sembra di vedere Alberto Sordi nei panni dell’indimenticabile Arpagone. “Creare un posto vacante crea cento malcontenti e un ingrato“, disse Louis-Dieudonné o forse qualcun altro al posto suo. Una finta di corpo da maestro del dribbling con inserimento d’applausi delle voci sul nuovo centro sportivo del Napoli e sullo stadio. Che sono poi i veri buchi della gloriosa gestione De Laurentiis. Il produttore cinematografico, da sempre in anticipo sui tempi, quando capì che il momento d’appendere i cinepanettoni al chiodo si avvicinava, nel 2004 acquistò il club calcistico partenopeo dal tribunale versando circa 30 milioni di euro. Dalla serie C alla Champions League in pochi anni, da Boldi e De Sica a Higuain e Cavani. Poi 2 scudetti, 3 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane: il tutto con una gestione che è diventata un modello da seguire per tanti club ambiziosi in giro per l’Europa. 7 trofei, tanti campioni e una infinità d’emozioni da sbattere in faccia ai dolori del p.D.: mica male? Però c’è un però. De Laurentiis non ha mai progettato la costruzione della casa del Napoli e proprio per questo, nonostante sia in carica da oltre due decenni (aveva 55 anni quando rilevò il club, ora 77), non ha mai dato l’idea di voler/poter mettere basi solide per un futuro da potenziale top club. Nel calcio di oggi, infatti, è praticamente impossibile competere ad alti livelli senza adeguate strutture. Se in alcuni paesi del Vecchio Continente club importanti non si fanno scrupoli ad demolire o abbandonare stadi gloriosi, ma obsoleti, in Italia tra burocrazia e vincoli vari siamo inchiodati al passato. Anzi, solo alle sue scorie polverose.
Intanto, cari i miei trentatré lettori che come me non entrerete a Trento visto che preferisco Bassano del Grappa, nell’anno del centenario del Napoli, Aurelio continua a danzare (forse) tra i comuni della provincia in cerca di terreni, e in giro per il mondo (virtuale e non) a caccia di multinazionali. Quali? Q8, Coca Cola, Aponte, la UDG di Matt Rizzetta che a Napoli vuole trionfare nel basket – ma di questo può dirvi solo Claudio Pea, l’unico che ha il cannocchiale di Galileo per raccontare questo sport – Amazon e i soliti immancabili arabi che sognano, attraverso il calcio, di mettere le mani su Capri, Ischia e Procida, almeno per il turismo di lusso. Tuttavia la palla, statene certi, per ora la nasconde sempre lui, AureliOne il Grande detto il Dribblomane. Da non confondere con Il petomane, che è invece un film di Pasquale Festa Campanile del 1983, con un indimenticabile Ugo Tognazzi nei panni del fantasista francese Joseph Pujol (che non c’entra nulla con il calcio e nemmeno di striscio con l’ex difensore spagnolo del Barcellona che aveva la y al posto della j) la cui arte era produrre sinfonie col deretano: leggendari i successoni al Moulin Rouge con il pubbico in estasi! E sapete chi produsse questa pellicola? Eh sì, proprio la Filmauro del Re Sole Aurelio De Laurentiis. Ma di questo – e di tant’altro – parleremo un’altra volta.