
Incuriosito da Nerone più che da Nicola che nulla può fare
“Ghe manca un bojo” si dice nella mia lingua che i veneti, di norma ignoranti, pensano che tutti capiscano al volo, anche gli isolani della Sardegna e della Sicilia. E pure gli svizzeri del Canton Ticino. Ma non è assolutamente così. Difatti sarò anche un venessiàn de tera, dispregiativo, di terra, cioè di Mestre, però anch’ io ho dovuto consultare il Dizionario da scarsea dal veneto all’italiano, che in verità sarebbe più giusto dire da scarsèla, ossia da tasca, per scoprire che bojo si scrive con al j di Jugoslavia e non la i di idiota, e significa ebollizione, bollore. Allora “ghe manca un bojo”, riferito alla pasta che non ha ancora finito di bollire, ma non le manca in fondo poi molto, dà in senso figurato e satirico, come piace molto a me, l’idea di una persona poco sveglia alla quale tuttavia basterebbe soltanto un bollore, cioè poco o niente, per diventare pure lui acuto e smaliziato come i venessiàni de àqua che non hanno difetti, tranne quello d’essere vanitosi e quindi superbamente imbarazzanti e scortesi.
Ne ho per tutti, che potrebbe essere anche il titolo del mio prossimo libro che sarebbe il primo e pure l’ultimo, ma che è molto più facile pensare che non scriverò mai. Soprattutto dopo che nel primo pomeriggio sono andato in libreria, la solita, ovviamente sotto i portici, in fondo alla piazza della torre dell’orologio, e ho acquistato, oltre a “I ragazzi di via Cervantes: l’Unità e il Pci tra Napoli e Mosca”, come avevo promesso ieri, anche “Io, Nerone” d’Andrea Carandini come mi aveva suggerito il meraviglioso Corrado Augias nella replica serale della Torre di Babele Doc su La7. Che ho preferito vedere piuttosto d’Inter-Bruges su Sky che mi dicono sia finita 3-4 per i belgi allenati non so da chi. M’informano dal 48ettenne spalatino Ivan Leko, con la cappa e non con la doppia ci. Tanto piacere. Anzi, sarà per me un enorme piacere conoscerla. E intanto sinceri complimenti ed evviva!
Io, Nerone mi ha subito incuriosito. E, leggendolo, affascinato. Convincendomi a lasciar perdere di scrivere un libro. “Il 25 febbraio del 50 sono stato adottato da Claudio, con grande dispetto del cagionevole suo figlio naturale Britannico: ogni tanto finiva in terra, mordendosi la lingua a causa del male comiziale. Era stato Pallante a persuadere il principe a un tale passo, contrario ai costumi altezzosi dei Claudi. Così, da un giorno all’altro, sono stato chiamato Nerone. Anche se Britannico, per vendicarsi, continuava a chiamarmi Enobarbo. E mia madre, Agrippina, ha ricevuto il titolo di Augusta. L’anno dopo, quattordicenne, mi hanno fidanzato con Ottavia, undicenne, rendendo suo fratello Britannico ancora più furioso. Era un’adolescente bene educata ma per nulla attraente. Io avevo capelli biondi, un bel viso, occhi azzurri, collo grosso, gambe no fortissime, ma ottima salute.”
Per oggi presumo d’aver divagato abbastanza. Ma credo che ne valesse sinceramente la pena. Di sicuro prima di sabato e di Venezia-Napoli, alle 15 a Sant’Elena, finirò di leggere il libro sulla vita un cinin turbolenta di Nerone che ad appena diciassette anni – non so se mi spiego – divenne il quinto imperatore di Roma caput mundi. L’ultimo Cesare disceso da Venere, Enea, Romolo e Augusto. Imperando per tredici anni e otto mesi. Come racconta Epafrodito che “mi teneva ferma la destra che tremava”. E con quale lo stesso Nerone “si è cacciato il ferro in gola” dopo che il liberto si era rifiutato di sopprimerlo. “Ma vedendo che la forza gli mancava, ho affondato quel ferro in fondo: non gli restava altro che morire”. Dicendo: “Più che un uomo sono stato una favola. Phantasia, non homo. Un aristocratico che si è comportato come i ricchi liberti che tutto arraffano. Liberti scelerati, qui omnia ad se ferunt. E alla fine finiscono a terra. Mentre le fauci degli Inferi stanno spalancate davanti a me e attraggono un vortice che in esse mi trascina”. Una morte sublime per chi mise a ferro e fuoco un terzo di Roma.
“Sono rimasto indrio (indietro) de un bojo“: anche questo è un modo di dire veneziano. Nel senso che mi sono perso, però volentieri, dietro a “Io, Nerone” aspettando che la bella Francesca Bodie-bilding, assai più interessata al nuovo stadio nel Bosco dello sport che alla brutta piega che ha preso la sua squadra da quando lei è diventata presidente, comunicasse ufficialmente nel tardo pomeriggio il nome del tecnico che da domani allenerà il Venezia al Taliercio e cercherà di salvarlo dal ritorno in serie B con scarsissime possibilità di riuscirci. Anche se Giovannino Stroppa gli lascerà in mano un undici che, a parte la prima mezzora di Bergamo e un paio di difensori non di categoria, ha messo alle corde l’Atalanta così prepotentemente da meritare non dico di pareggiare, ma di conquistare tutti e tre i punti in palio. E non esagero perché basterebbe solo contare le occasioni che i neroverdi hanno ben costruito nella ripresa per rendersi conto che non l’ho sparata grossa.
Il nuovo tecnico, che odio chiamare mister, è Davide Nicola o Nicola Davide, fate voi, basta capirci. Così come per primo ho annunciato il cambio in panchina ieri poco dopo l’alba e me ne prendo il merito. Alla faccia vostra. Il torinese di Vigone è il meglio del meglio che potesse scegliere Pippo Antonelli, a parte il Conte Antonio che non avrebbe comunque preso casa in laguna nemmeno per un paio di milioni al mese. Sempre che il bravo giemme abruzzese volesse sostituire Giovannino. Come non credo. Anzi, ne sono certo. E difatti, insieme a lui, adesso conto sul serio le opportunità che ha avuto nel secondo tempo il Venezia senza Gianluca Busio e Andrea Adorante kappao: sarà bene ricordare pure questo. Una traversa di Adams e un palo altrettanto clamoroso di Yeboah che potevano trasformarsi benissimo in un 3 pari. Poi il fantastico lancio di Yeboah per Adams e la rete annullata per un fuorigioco di tre o forse anche due centimetri del nigeriano. Più i colpi di testa con la porta spalancata davanti sempre di Adams e di Schingtienne che hanno fatto mettere le mani tra i capelli al povero Giovannino. E voi cacciate via un allenatore dopo una partita del genere? Prima della sosta forse, ma non oggi. Antonelli ed io mai e poi mai. La bella di Como invece non vedeva l’ora di poterlo fare non capendo niente di calcio e avendo solo i soldi. Molti da spendere per lo stadio e qualche spicciolo per la squadra. Altro che i cento milioni strombazzati da Bampa (Gazzettino) e Contessa (Gazzetta) per il mercato. Sì, probabilmente per quello della pescheria a Rialto. Scampi e calamari, seppioline e gamberetti, sogliole e orate. Che non costano neanche poco. Forse anche più di Juan Jesus che molto meglio di Bella-Kotchap stava sistemando le cose pure in difesa.
Ecco il motivo invece per il quale ho pubblicato la foto della mia scrivania con il piccì e i miei libri che avidamente ho cominciato a sfogliare nella lunga attesa del comunicato della Bodie, l’unica responsabile di una retrocessione senza quota. Non potevo del resto pontificare di calcio o di basket non avendo negli ultimi tre giorni nemmeno aperto i quattro giornali che compro ogni giorno per non conoscere ad esempio i risultati di Cagliari-Juventus e Reyer-Virtus che adesso finalmente posso andare a vedere senza sapere come siano andate a finire. Non mi credete? Fate pure a meno. A me interessava soltanto che capiste perché dicevo che “ero indrio de un bojo”. O forse anche di due o di tre boji.