
Senza ben 6 denti davanti come posso mordere qualcuno?
Quante siano le meraviglie del mondo me lo sto domandando da qualche giorno. Credo sette, ma potrei sempre sbagliarmi. E comunque anche fossero di più, l’ho scoperto lunedì mattina svegliandomi appena dopo l’alba nella stanza di Dodo, senz’altro una meraviglia del mio mondo, come gli altri due nipoti, Rocco e Sofia, strettamente in ordine alfabetico. E dal suo letto, sotto la copertina di lana bella soffice e calda, ho gustato dalla vetrata lo splendore delle Tofane illuminate di rosso dal sole del nuovo giorno nel cielo già d’un azzurro straordinariamente intenso. Qualcuno, a questo punto, potrebbe anche domandarsi dove voglio andare a parare. Proprio da nessuna parte. E, se non mi credete, fate pure a meno. Non sono dell’umore di perdere del tempo a discutere con voi. Cercando semmai su Google quali siano le Sette meraviglie del mondo. Di quello moderno il Colosseo, la grande Muraglia cinese, Machu Picchu, la cittadella delle Ande, e Petra in Giordania scavata nella roccia, il Cristo Redentore di Rio de Janeiro, Chichen Itza in Messico e Taj Mahal nel cuore dell’India.
E quelle del mondo antico? La Piramide di Cheope che mi auguro, ma non ci giurerei, sappiate che è stata costruita dagli schiavi egizi come sepolcro del faraone Cheope. I Giardini pensili di Babilonia (Mesopotamia). La statua di Zeus e Olimpia ad Atene. Il Tempio di Artemide e Efeso e il Mausoleo di Alicarnasso in Turchia. Il Colosso di Rodi e il Faro di Alessandria e non di Jesolo Lido. Dove andavo a prendere il pesciolino appena liberato dalle reti. E infine le tre Tofane di Cortina d’Ampezzo: di Rozes, di Mezzo e di Dentro. Ed è inutile che i trentini s’arrabbino quando affermo che Dio creò le Dolomiti del Brenta a Madonna di Campiglio con i resti o, se preferite, gli avanzi delle rocce ampezzane. “Massì, facciamo anche queste assieme alle Alpi dell’Adamello e della Presanella…”.
Ci siamo? Quasi. Perché adesso in confidenza vi racconto la ragione per la quale non mi faccio vivo da dieci giorni. Cioè dall’esplosione d’affetto per il tennis di ieri e di oggi, di Adriano Panatta e di Jannik Sinner, ma anche delle giovani. Ricordandovi d’appuntare questi nomi se non l’avete già fatto: Olivia Conticello e Giorgia Lanza, due quattordicenni, la prima siciliana, la seconda mezza francese, il che non guasta, che diventeranno famose. Scommettiamo? Quel che volete. Facendola breve, e non scherzo, pregustavo una bella settimana di vacanza (strameritata) a Cortina dopo le ferie di luglio a Dobbiaco, nel fantastico hotel (con piscine) dei Santer, saltate in aria per una pancreatite acuta e i calcoli alla cistifellea, quando mi è scoppiato un mal di denti che non auguro a nessuno. Non all’improvviso, questo no, però non pensavo che fosse così urgente intervenire come a malincuore mi ha diagnosticato Stefano, il mio dentista preferito dal secolo scorso. Insomma in quattro e quattr’otto ho rifatto le valigie, che in verità avevo solo appena aperto, e mercoledì dalle nove di mattina sino a mezzogiorno, suonato da un pezzo, sono rimasto con la bocca spalancata sotto ai ferri. Tutti bravi, anzi bravissimi, dottori, assistenti e odontotecnici, e svelti, ma tre ore sono sempre tre ore con una dozzina (per difetto) d’anestetici di corredo e difatti, se dopo l’intervento mia figlia non mi avesse sorretto prendendomi sotto braccio, sarei stramazzato a terra come un pero gnocco.
Lo ripeto. Non ho alcuna intenzione di scrivere un altro poema dei miei. Due cartelle, punto senza accapo e basta. Anche perché senza sei denti davanti, tanti me ne hanno tolti, e i provvisori che dovrò tenere ben oltre Natale, Santo Stefano e la Befana che vien di notte con le scarpe tutte rotte, mi è difficile mordere con la mia satira pungente almeno sin quando a fine mese non mi avranno tolto i punti dal palato. In più di parlar bene della gente del calcio e del basket non ne ho proprio alcuna voglia con il morale sotto ai tacchi e la radioterapia alla gola con la quale a distanza di quasi sette anni non ho ancora saldato il conto. Che non finirò mai di pagare. Ma non mi lamento. Sia chiaro e lampante. Il tumore si combatte, l’ho letto anche ieri in un articolo di Antonella Barina sul Venerdì di Repubblica, prendendosi cura di sé con fiducia e ottimismo. Altrimenti sono cavoli amari. E pure acidi. Se volete invece che mi ripeta ed esprima il mio parere per esempio sul Venezia e sulla Juventus, le due squadre che più mi sono care, lo farei anche, però mal volentieri. Invitandovi semmai a rileggere quel ho scritto di loro su questo blog a ferragosto e contorni. E semmai, tagliando corto, avrei comunque risolto il problema da una settimana mandando via entrambi gli allenatori. Prima Giovannino Stroppa e poi Lucianino Spalletti. Facendo a tutti e due un grossissimo favore in termine economici. E sostituendoli con chi? Questo non è compito mio, ma di Pippo Antonelli e di Nanni Carnevali. Per i quali nutro un’enorme stima, anche se ultimamente ne abbiano combinate di tutti colori ma non per colpa loro e caso mai dei loro improponibili padroni di un bastimento carico di bugie e di clamorosi errori senza l’onbra di un qualsiasi pentimento.
Nel pomeriggio e dopo il tramonto di un tiepido sole avrei voluto andare a vedere prima in campagna il Basket Mestre, sponsorizzato Gemini, ad una settimana dall’inizio del campionato di A2 contro la Forlì del nuovo corso (Dalmonte–Nanni), e poi Venezia-Lazio a Sant’Elena. Ma ci ho rinunciato. Non ho ancora la gamba giusta. E comunque del Mestre mi ha detto Nino: “Al termine del primo tempo è sotto di ben diciannove punti (34-53)” e non ha dovuto aggiungermi altro: sapevo che quest’anno sarà ancora più difficile per il bravissimo Mattia Ferrari salvarsi dalle torbide acque della retrocessione. Gli arancio-nero-verdi di quella che solamente gli ottusi ultrà della curva possono chiamare Unione, del mare con la terraferma, ma in quale film dell’orrore?, li seguirò invece in televisione immaginando già quale potrà essere il risultato finale. E non ditemi che con un pareggio sarebbe tutto grasso che cola: allungherebbe soltanto l’agonia.
Nel frattempo ho sfondato il tetto delle due cartelle oltre il quale non volevo andare. Non ho la minima voglia di mangiare la pappa di verdure o la pastina in brodo che mi ha preparato la Tigre per non spaccarmi i denti posticci. Ho spento quel maledetto cellulare che, senza averglielo chiesto, mi ha informato della vittoria della Reyer a Tortona in semifinale di SuperCoppa. Ma vada a farsi pure lui un brodo! E comunque tra oggi e domani, dopo aver capito che di nuovo Derthona ha speso male i milioni di Beniamino Gavio, mi farò un’idea di quanto valgono anche l’Olimpia e la Virtus e poi vi saprò dire. Nonostante non penso di sbagliarmi se affermo che per Milano non sarà difficile rivincere lo scudetto e per Bologna cestistica, pur alla canna del gas, far meglio di quella del pallone che ha raccolto sinora appena due pareggi in cinque match giocando da cani tra i fischi come oggi con il Torino. Insomma in settimana vi parlerò solo di basket. Siete contenti? Bene. Non se fossi Enrico Ragnolini, presidente federale della Lombardia, la più grande regione che ci sia, per tre mandati sino al 2014 prima d’essere radiato da Giannino Petrucci in persona per reati parecchio gravi. Per la verità non so neanche che faccia abbia Raviolini, pardon Ragnolini. Al massimo l’ho visto una volta in una tavolata con l‘Orso Eleni dopo una partita vinta in Europa dall’Armani dell’amico Simone Pianigiani. Però ugualmente mi chiedo con quale faccia possa presentarsi tra otto giorni come candidato alle elezioni del presidente della Lombardia quando Giannino non avrebbe dovuto nemmeno ammetterlo dal momento che durante il lungo periodo di radiazione ha svolto ugualmente mansioni che non poteva avere in qualità di diesse nel Basket Lecco e a Neriano come lui stesso segnala nel suo profilo Facebook. E poi ancora mi chiedete perché la nostra palla nel cestino non fa più piangere nè ridere, ma proprio paura!
La foto è quella del terzo gol imbarazzante della Fiorentina nel 2-4 dello scorso anticipo di campionato: Fagioli lancia Pellegrino che brucia nello scatto il povero Moreno, dandogli dieci metri su trenta, e battendo Stankovic in uscita. A quel punto ho lasciato il Penzo e chissà quando ci tornerò ancora. Mentre anch’io piango oggi la scomparsa di Sandro Mazzola. Con cui non andavo assolutamente d’accordo. Succede. Da parecchi anni. Addirittura 43. Per via di un Genoa-Inter che sarebbe dovuto finire 1-1, gol di Spillo Altobelli, e invece fu un 2-3, rete di Bagni al 90′, che riaccese il calcio scommesse. Mazzola in una successiva conferenza-stampa nella sede nerazzurra disse che non avrebbe parlato se fossi stato io presente. Fu allora che tutti i giornalisti s’alzarono e se ne andarono dal salone. Lasciando lui, interdetto e solo, col microfono in mano. Altri tempi. Purtroppo. Ci siamo visti l’ultima volta al funerale milanese di Franco Rossi. Non furono baci e abbracci, ma almeno ci salutammo con un cenno. Che lieve ti sia la terra, comunque, caro Sandro.