
Non avevo la minima intenzione oggi di scrivere. E non perché la domenica ci si riposa o al massimo si va alla partita. Di calcio o di pallacanestro, non importa. O di pallavolo, se riuscissi a trovare un biglietto per seguire dal vivo l’Imoco Conegliano che negli ultimi undici campionati, se ho fatto bene i conti, ha vinto nove scudetti, oltre a tre Coppe dei Campioni. Senza disturbare l’amico Simone Fregonese che già deve diventare matto per sistemare tutti gli accreditati nella tribuna-stampa del Palaverde come non gli succedeva nemmeno negli anni d’oro della Sisley di Lollo Bernardi e ancor meno della Benetton di Toni Kukoc. Altri tempi. E qui ci sta bene anche “un porca miseria!” con tanto di punto esclusivo, piaccia o non piaccia ai puristi della lingua italiana. I quali sono persino peggio dei nostri giovanotti azzurri sopra i due metri e dintorni che sono riusciti a perdere, dopo che con l’Islanda nello scorso novembre, anche venerdì con la Bosnia Erzegovina come agli Europei di Karlsruhe nel 1993 con Ettore Messina, cittì alle prime armi, la buonanima dell’avvocato Gigi Porelli che scuoteva la testa e minacciava “questa non passa” e Giannino Petrucci che già allora era presidente federale. Dio mio, quanto sono vecchio! E, ridagliela, ancora con il punto ammirativo, come lo chiamavano sempre loro, i Ciceroni, quando si sono finalmente accorti che poteva essere usato anche come segno di sgomento e di sorpresa negativa.
Stavo dicendo, prima d’essere interrotto, che non è scritto da nessuna parte che alla domenica ci si debba riposare dalle fatiche della settimana che oltre tutto avete accorciato di un altro giorno eliminando pure il sabato se non anche il venerdì pomeriggio. Il sottoscritto o, meglio, più familiarmente, il vostro scriba, scimmiottando il maestro Gianni Clerici, alias il Dottor Divago, di cui sono un pessimo allievo, non sapeva nemmeno cosa volesse dire non dico lavorare, perché non ho mai lavorato in vita mia, come sostiene anche la mia Tigre e non posso francamente darle torto, ma non essere impegnato al sabato e alla domenica correndo dietro spesso e (molto) volentieri alla storie di un pallone o dello sport comunque. E quindi avevo deciso di non scrivere semplicemente perché stavo così bene seduto al bar della piazza, con una leggera brezza che arrivava – penso – dalla laguna, leggendo i miei giornali che sono sempre quattro, che non avrei desiderato nient’altro di meglio in quel momento che sfogliare il Corriere della Sera. Che è sempre il primo che pesco dalla mazzetta per una ragione molto semplice: di Repubblica (le parole crociate) e del Gazzettino (la pagina dei morti) se ne impossessa subito mia moglie, mentre lascio la Gazzetta da leggere sempre per ultima perché non c’è verso che non mi faccia ogni volta arrabbiare.
Come oggi. Tanto per cambiare. Pensate infatti che abbia dedicato non dico un trafiletto, ma almeno un pallino ad un colonna alla nostra palla nel cestino? Neanche mezza riga. Eppure abbiamo perso a Tuzla, nella città bosniaca del sale prodotto dalle sue cave, come ha tenuto a precisare Ciccioblack Tranquillo, buttando l’occhio su Wikipedia, nella sua inquietante telecronaca del tubo e dal tubo. Anche se magari ai Mondiali 2027 in Qatar ci andremo lo stesso, a meno che non riperdiamo in casa con l’Erzegovina e pure i doppi confronti con Turchia e Serbia. Come in verità è parecchio probabile cominciando da domani a Pesaro. A meno che Luca Banchi non si metta in ginocchio e preghi Hackett e Della Valle di tornare presto all’ovile. Perché magari coi lunghi possiamo fare assai meglio, ma è con il ruolo di playmaker-guardia che siamo alla canna del canna se affidiamo la regia del gioco a Mannion, al di là dei suoi 14 punti, o a Spagnolo o peggio ancora a Thompson e Baldasso. E men che meno ripescando Marco Spissu o Davide Casarin. Che Dio ce ne guardi e liberi.
Seduto al bar davanti all’edicola di Cristina e Stefano, che mi recapita i quotidiani ogni mattina alle sette e mezza, ero del resto di buon umore soprattutto dopo che avevo cominciato a leggere l’incipit dell’articolo di Massimiliano Nerozzi che sapevo che sarebbe rientrato oggi al Corriere dopo i Mondiali di calcio delle Tre Americhe e le meritate ferie con Ambra. Passando anche per Venezia a trovare i genitori della dolcissima moglie e, già che c’era, anche il giornalista amico senza avvisarmi prima. Santa pazienza. Così al massimo loro hanno mangiato una (buona) pizza alla Patatina e io sono stato solo di compagnia sorseggiando un succo di pomodoro con limone, sale e un cubetto di ghiaccio. Il papà di Ambra è alto come Amedeo Tessitori o giù di lì. E deve aver giocato senz’altro in qualche squadra di basket mestrina Deve avermelo pure detto, ma me ne sono volutamente dimenticato. Mi pare con la Fiamma. Però è una persona così gradevole che non è detto che sia quel che pensate voi. E non di certo io.
“C’è una speranza per tutti: tiro a segno, palo, gol (e partitone) di Nico Gonzalez, uno che per tutta l’estate le contraddizioni davano all’Atletico Madrid o ovunque tranne che qui. Bis, con rasoterra d’autore, di Koopmeiners che solo due minuti prima, all’ingresso dalla panca, l’arena l’avrebbe voluto crocifisso in sala mensa. Morale: Juve due, Parma zero, e classifica a punteggio pieno per Madama che è almeno un (bel) conforto per Luciano Spalletti, ritrovatosi una squadra devastata dagli infortuni e appesa allo shopping last minute: senza il suo maggior talento (Yildiz), il migliore della scorsa stagione (McKennie) e il centrocampista più dinamico (Thuram)”. Ed è qui che ho riposto per un attimo il Corriere e preso in mano il cellulare per mandare a Max questo svelto messaggino: “Volevo solo dirti che mi mancavi: il tuo incipit d’oggi è superbo”.
Avevo scritto “- continua dopo cena -” ed allora eccomi qui, a pancia piena di tortellini, a svelarvi il mistero della foto che ho postato dell’edicola in piazza della quale vi avevo poco fa parlato. Prima ancora infatti di riprendere a leggere con entusiasmo l’articolo di Max da Torino, e non essere assolutamente d’accordo con il fatto che le pagelle le abbia fatte Domenico Calcagno, e non aggiungo altro per il quieto vivere, sono rimasto con il telefonino a portata di mano per fotografare il primo ragazzo che avesse acquistato un giornale o quant’altro all’edicola di Cristina e Stefano. Ebbene dopo dieci minuti buoni di vana attesa ho perso la pazienza e ho scattato la foto sopra al pezzo che potete ora ammirare: non c’è ressa, d’accordo, davanti alla fornitissima edicola, ma più di qualche anziano che come me non sa rinunciare alla bellezza del cartaceo e alla vaghezza di poter leggere gli articoli non su quell’odioso cellulare dal quale anche i miei nipoti, soprattutto Rocco, non si riescono a staccare.
Cristina me lo ha confermato: “Stamattina nessun giovane ha acquistato neanche solo Topolino. Ed è così quasi tutti i giorni”. Purtroppo, ho aggiunto, però poi non lamentiamoci se ci sono tanti somarelli in giro per il Bel Paese che non sanno nemmeno d’essere al mondo. Così è, se vi pare o non vi pare. Piuttosto sono molto più preoccupato che le edicole chiudano a vista d’occhio. In un paio di mesi nel centro di Mestre, una dopo l’altra, quella sotto la Torre dell’orologio, quella della Galleria Matteotti e quella in via Poerio. Oltre a quella di piazza Barche e di via Piave. Una mezza ecatombe. E allora, prima di correre a vedere almeno la registrazione di Napoli-Como, tifando ovviamente per Acciuga Allegri, butto là una proposta non campata in aria. Perché, invece di finanziare i giornali riempiendo di soldi gli editori che possono continuare benissimo ad esistere anche senza i contributi dalla Stato, parlo degli El Kann o dei Cairo o dei Caltagirone, non aiutiamo piuttosto le edicole a sopravvivere per esempio sollevandole dalle spese del plateatico e dalle esagerate tassazioni?
Non mi sembra un’idea poi così malvagia. Anzi. Ma lo so: ora vi preme magari sapere perché nel titolo non sono assolutamente d’accordo con Spalletti che ha esagerato parlando di grande Juve. Magari. Però che sia sfortunata questo è poco ma sicuro. Con tutti gli infortuni che le capitano ogni settimana e non di mezze calzette come il coraggioso allenatore di Certaldo porta con lui in panchina. Giaccherinho, come il Conte Antonio chiamava Giaccherini, ha su Dazn dichiarato che domenica vede favoriti i bianconeri nello scontro, non certo tra titani, con il Milan. Vedremo. Non credo. Piuttosto non capisco quel sei e mezzo di Calcagno a Spalletti così motivato: “Perfetti i cambi“. Giusto. Ma chi aveva fatto la formazione? Sempre Spalletti. E dunque perché David, lo zero assoluto, dal primo minuto e non Nico Gonzales (voto 7 1/2) in campo solo dal quarto d’ora del secondo tempo? Misteri gaudiosi. Spiegatemeli. Grazie, buonanotte e arrivederci a presto.