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CLAUDIO PEA
MORS TUA VITA PEA
egonu

Quanto mi piacerebbe far le pernacchie come l’Egonu a chi so io

Dite la verità: un cincinin vi sono anche mancato. Magari forse  non a tutti, ma quasi. Come al presidente federale o al suo vicario. Ovvero al caro Giannino da Valmontone, ad una mezzora buona dal Colosseo se il traffico non è intenso, e al Pesciolino Rosso di via Rismondo a Mestre, dietro la rotonda di Carpenedo, dove abitava anche mia nonna di Karlsruhe von Baden Baden che aveva un albero di fichi che erano la fine del mondo. Per altro Federico Casarin dice che non mi legge e mi perdoni, ma non gli credo per il semplice motivo che allora, se non mi legge, mi deve anche spiegare perché va raccontando in giro che mi vuole mangiare la casa con una bella querela. Dio mio, che paura! Me la sto facendo sotto e corro a sedermi sulla tazza. Scherzo: mi par ovvio. Piuttosto lui farebbe di me un uomo finalmente felice al mille per mille, e probabilmente pure più ricco, se sul serio mi querelasse. Dal momento che almeno uno dei nove o dieci avvocati che ho in famiglia, ho perso il conto, magari riusciranno a spiegargli, davanti ad un giudice togato, cosa sia la satira nella quale affondo le mani ogni qual volta scrivo su questo sito che si chiama Mors tua vita Pea. Anche se non ho mai alzato le mani nemmeno sui miei gemelli quando erano ancora più piccoli di me e mi nascondevo all’ombra delle stupende ortensie viola, tra i bianchi mughetti in fiore, nel giardino dell’altra mia nonna che confinava con Tullio, il parrucchiere, che più in là con gli anni avrebbe colorato di biondo anche i capelli di Mara Venier. La calorosa Zia di via Piave, tra le case dei ferrovieri, che non ne posso più di vedere in televisione anche nelle repliche estive della domenica assieme a Orietta Berti e a quell’odioso di Al Bano, fervido sostenitore di Vladimir Putin. Per il quale andrebbe ancora a cantare persino nel bunker non più tanto segreto nel suo dittatoriale complesso sulle rive del Mar Nero, nei pressi della cittadina di Gelendzhik, non molto distante dai confini con l’Ucraina.

                 Un giorno magari vi descriverò meglio questa Casa Bianca a tre piani, nel cuore di un parco di betulle, dotata di tutti i confort e i capricci del criminale di guerra del Cremlino: un lussuoso casinò, una sala relax berlusconiana con un bel palo per le spogliarelliste, una chiesa mignon e una grande pista da hockey su ghiaccio, lo sport preferito da Putin. Però adesso devo farvi, amici miei, una domanda che non riesco più a tenermi dentro: pensavate sul serio che sarei partito per le vacanze senza salutarvi e senza svelarvi il luogo dove le avrei trascorse? Sono un villano, d’accordo, ma non sino a questi livelli di maleducazione comunicativa pari a quella che ben conosco d’Aurelio De Laurentiis, il salice piangente capitolino sposato a Jacqueline Baudine, cittadina svizzera, dalla quale ha avuto tre figli: Luigi, Valentina e Edoardo. Che spero abbiano preso tutto dalla madre. La quale non si sarebbe mai sognata d’affermare dopo oltre tre lustri di tranquillo e generoso ritiro del Napoli tra questi magnifici boschi: “Noi non siamo molto amati qui in Val di Sole. E difatti, se questo paesotto volesse ora tradirmi, ne prendiamo atto e pazienza. In questi sedici anni abbiamo avuto talmente tante richieste rispedite al mittente che ho perso il conto. Noi siamo il Napoli, o mi sbaglio? E quindi possiamo anche fare a meno di Dimaro”.

      Bravo. Intanto in Val di Sole il nostro De Lamentiis anche stavolta ci ha portato tutta la famiglia e ci è rimasto un’intera settimana. Spassandosela assai nei rifugi della zona. E mi dispiace che qualche trentino si sia anche offeso. Sbagliando. Perché dovrebbe aver ormai imparato a conoscere il presidente del beneamato Acciuga Allegri che è fatto così quando deve rinnovare un contratto in scadenza. Ne so qualcosa io. Nei primi tre anni infatti del Napoli in raduno estivo nella piccola Dimaro ero a capo dell’ufficio stampa del Trentino e devo confessare che ho passato giorni bellissimi assieme ai meravigliosi giornalisti partenopei. Uno più divertente e chiassoso dell’altro. Altro che quei musoni di piemontardi coi quali ho avuto a che fare per cinque anni a Pinzolo con la Juventus di un poker d’allenatori tutti più bravi di Pirlo come Didier Deshamps in serie B, Claudio Ranieri, Ciro Ferrara e Luigi Delneri. Prima che arrivasse la Freccia bianconera del Conte Antonio coi tre vagoni di testa dei nove scudetti consecutivi. Ebbene ogni volta l’aureo De Laurentiis mi minacciava gridando: “Il prossimo anno porto la squadra in Austria o in Svizzera”. Ed è ancora in Val di Sole dal 2011. Non so se mi sono spiegato.

         Avevo già caricato in macchina le valigie la sera prima di partire per le vacanze a Dobbiaco nel carinissimo hotel che Herbert Santer, un vero amico, ha lasciato in gestione ai figli minori ed è andato a vivere in uno splendido maso in montagna. Mentre Nathalie, la prima principessa del biathlon azzurro, vincitrice anche di una Coppa del Mondo di specialità con gli sci e lo schioppo in spalla, ha aperto un’importante scuderia di cavalli da salto nei pressi del lago di Braies. Che Ferdinando Minucci, pure amico mio, vi piaccia o meno, non m’importa, senz’altro conosce avendo un nipote Gabriel, del 2010, beato lui, che è un numero uno nell’equitazione. Tanto che non è difficile pronosticargli un futuro olimpico avendo già trascinato l’Italia in Germania alla conquista della prestigiosa Coppa delle Nazioni juniores ed aver contribuito con un doppio percorso netto ad un onorevole decimo posto tra le venti nazioni presenti agli Europei di categoria.

          Per l’ennesima volta mi sono smarrito dietro ai discorsi che per la verità mi coinvolgono parecchio di più di un Mondiale di calcio nelle tre Americhe. Di cui non ho visto nemmeno in differita la finale e ho saputo solo il mattino seguente che l’aveva conquistata la Spagna di Luis de la Fuente Castillo, questo sconosciuto successore basco di Luis Enrique, che intanto ha un piccolo difetto: non perde con la sua nazionale da 38 partite, nuovo record strappato proprio agli azzurri di Roberto Mancini I. E poi, ancora non bastasse, ha vinto con l’Under 21 il titolo europeo di categoria oltre che con la squadra di capitan Rodri(go) l’Uefa Nations League 2022-23 e il campionato d’Europa di due anni fa. Però si rammarica sempre d’aver perso per 2-1 la finale olimpica di Tokyo post covid con il Brasile nel secondo tempo supplementare (gol di Malcom al 108’). Così come adesso vi parlerei molto più volentieri dei mughetti profumati dell’aiuola di mia nonna che non potevo immaginare fossero anche cardiotossici quasi quanto due altre affascinanti piante: la terribile, al di là del nome, belladonna e la velenosissima ricina che non ha niente a che fare con l’olio di ricino e i manganelli largamente adoperati dai progenitori di Gnazio Larussia durante il ventennio fascista così caro al generale Vannacci e alla vostra Giorgina. Che difatti diventeranno culo e camicia nelle prossime elezioni. Scommettiamo? Mi giocherei l’osso del collo.

         Né vi soffermerò oggi sul discorso del giorno: la nomina del commissario tecnico della nazionale di calcio italiana che è stata un’Odissea più lunga del capolavoro di Christopher Nolan che dura tre ore e dal quale non riesci a separarti senza che alla fine ti venga una potente emicrania. O almeno questo è quel che a me capitato. Del grottesco film di Giovanni Malagò, che è stato – non dimenticatevelo mai – il miglior presidente del Coni che il Bel Paese dello sport abbia mai avuto -, si è occupato persino il direttore del Gazzettino, Roberto Papetti. Il quale crede che pure al folber si giochi con la palla ovale del rugby, l’unico sport di cui un fiantin se ne intende come dicono in laguna e non so se anche dalle parti di Treviso. Insomma ha titolato una sua recente rubrica di Lettere al direttore che si scrive lui medesimo: “Stroncare Pirlo per i suoi esordi come mister è riduttivo. Diamo fiducia a lui e alle scelte di Maldini e Malagò”. Tralasciando il contenuto della penosa risposta all’ipotetico lettore che chiamava Pirla il povero Pirlo, “il gioco di parole sul nome di Pirlo è facile ed efficace”, ma va!, lo potevano almeno informare i suoi capo-redattori che quello stesso giorno il presidente federale aveva definitivamente bocciato l’ex fenomeno di Milan e Juve spingendo Paolo a dare le immediate dimissioni insieme al suo sottopancia Leonardo. Poco male. Infatti Fausto, pardon Roberto, Papetti – una battutaccia che fa pari e patta con Pirla e Pirlo – è stato la settimana scorsa rimosso dopo vent’anni dalla carica di direttore del Gazzettino (in caduta libera costante) per essere promosso da Azzurra, Alessandro e Francesco Caltagirone, tre audaci e preziosi filologi del nostro tempo, a direttore editoriale pure delle altre testate del gruppo. E cioè il Messaggero e il Mattino, oltre al Corriere Adriatico, il nuovo Quotidiano di Puglia e  Leggo. Evviva! Brindiam, brindiam, brindiamo. Anche se dicono che il suo successore venga dal Giornale di Tommaso Cerno e quindi sarà pure lui un ultrà della peggior destra al potere che non lascia spazio ad alcuna libertà di stampa. Neanche nel tiro al piattello.

       E così ora, dopo avervi regalato l’immancabile scoop del mese in cui stamattina ho scritto il mio primo e unico pezzo di luglio, essendo oggi se non mi sbaglio il 31, sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, facendo contento Flavio Vanetti (Corrsera) che con affetto mi chiamava Scoopea, vi confesso la ragione per la quale le mie ferie a Dobbiaco non ancora cominciate erano già finite nella notte tra il 9 e il 10 luglio. Quando un brutto calcolo alla cistifellea mi ha tempestato lo stomaco e costretto a chiamare la Croce rossa non appena il sole è sorto dall’afa di quel venerdì che doveva essere il primo di una ventina di giorni di vacanza nella valle della Pusteria che ha dato i natali al campione dei campioni da me preferito: Jannik Sinner.

           La farò molto breve perché non voglio assolutamente che poi diciate che nessuno meglio di me sa piangersi addosso. Sono stato dunque ricoverato per ben dieci lunghe notti nel reparto di Medicina II dell’ospedale Dell’Angelo di Mestre con una diagnosi che i bravi e efficienti medici, sottolineo bravi ed efficienti, anche al sabato e un po’ meno la domenica, mi hanno subito diagnosticato: pancreatite acuta dovuta a quel maledetto sassolino che ha attraversato la colecisti e per fortuna è sfociato nell’intestino. Altrimenti mi avrebbero dovuto in fretta e furia operare. In conclusione mi è andata ancora bene e devo ritenermi pure fortunato se adesso dovrò stare a dieta ipoglucidica per un paio di mesi e se la Tigre ha deciso di chiuderla qui con le ferie. Che quindi passerò per la prima volta nelle ultime 78 estati nella casa dove sono venuto al mondo il 13 agosto di 77 anni fa, le gambe delle donne, nella camera da letto di mia mamma che è diventata ora il nostro soggiorno. In modo che, volendo, potrei anche riprendere a scrivere un giorno sì e l’altro pure, perché no?, sul mio carinissimo blog. Vedremo. Ma stavolta cattivo. Di più: tremendo. Spernacchiando tutti ma proprio tutti gli ignoranti di sport che ci fioriscono intorno. Come ha fatto la grandissima Paula Egonu nel corso della semifinale di Nations League persa al quinto set (15-12) con il Brasile. Di sicuro non ce l’aveva con Julio Velasco, che anzi stima da non dire. O con Ekaterina Antropova con la quale è costretta spesso a dividere il suo ruolo d’opposto. Ma vallo a sapere con chi? Sarebbe bello che me lo sussurrasse ad un orecchio giurandole che non lo svelerò a nessuno al mondo.

         Ho in effetti un sacco di storie da raccontarvi. Belle o brutte, non importa: basta che se ne parli. Soprattutto di pallacanestro con l’Italia di Luca Duri i Banchi di nuovo in sella a fine agosto nei match d’andata e ritorno (a Pesaro) con la Bosnia Erzegovina per le qualificazioni ai Mondiali del Qatar del 2027 dove dobbiamo assolutamente esserci. Alla faccia di Gabriele Gravina e della sue squadre azzurre d’autentici bidoni. Dopo la felice galoppata del mio Peppa Pig, alias Marco  Ramondino, che si era un po’ smarrito a Tortona. Dove per la verità mangiano gli allenatori come i comunisti fanno coi bambini. Magari nel frattempo informandovi come s’è comportato Davide Casarin in Summer League nelle fila degli Huston Rockets dal momento che non ne ha parlato più nessuno sui quotidiani veneziani e bolognesi. E men che meno sulla Gazzetta che si è persino dimenticata lunedì di ricordare in prima pagina il quinto trionfo dell’immenso Tadej Pogacar al Tour de France. Ma si può? A domani. Salutandovi col pugno chiuso. Come Jannick Sinner dopo il favoloso bis a Wimbledon. E piangendo assieme a lui, tifoso del Diavolo, solo adesso che l’ho saputo,  il Piscinin, come amorevolmente chiamava Franco Baresi il suo fraterno amico, Michele Fusco, fedelissimo mio compagno d’avventura al Giorno. Entrambi se ne sono andati troppo presto. Non mi par giusto. Michelino con il Covid, Franz la scorsa notte per un tumore ai polmoni di cui era da tempo malato. Insieme li ricorderò stasera nelle mie preghiere. E che lieve gli sia la terra.

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SATIRICON
DAL ROMANZO DI PETRONIO ARBITRO

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tratta prevalentemente di pallacanestro e tendenzialmente in forma satirica, ragion per cui negli articoli compaiono espressioni, commenti, giudizi volutamente erronei, irreali, paradossali, sarcastici e farseschi: banalmente ironici.

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