
Sono innamorato della Cortellesi che mi piace più del basket
Dio solo sa quanto mi manchino I cattivi pensieri di Gianni Mura. O, meglio, Sette giorni di cattivi pensieri. Che sono usciti su Repubblica ogni sabato per 36 anni. Me ne sarò persi, a farla grande, una dozzina e solo perché stavo in chissà quale parte del mondo, magari insieme a lui, dove non arrivavano i quotidiani e per fortuna Internet non esisteva ancora. Non sempre ero d’accordo con quel che divinamente scriveva e sui voti che sparava. Di sicuro non era juventino, ma aveva un gran rispetto per Giovanni Trapattoni. E, se aveva una predilezione, era per la Beneamata. Come Gianni Brera, il suo grande maestro, chiamava l’Inter. Ma a differenza di Giuan Brera fu Carlo era più sincero e, forzando un aggettivo, anche più onesto – oso dire – come uomo. La sua rubrica è stata ed è la più longeva del giornalismo italiano. Diede 3 a Eugenio Scalfari, il suo direttore, e 4 all’Avvocato Agnelli. Non poteva vedere Silvio Berlusconi e non facevo fatica a comprenderlo. Non era un animale televisivo. Lo ammetteva lui stesso. Così come non sopportava i telefonini. Di più, ne provava orrore. E – scusatemi la rima baciata – aveva perfettamente ragione.
Abbiamo fatto due Tour de France insieme. Lui in macchina col suo amico autista, io con mio figlio Bicio al volante. Per il quale Gianni stravedeva. Uno lo vinse nel 1995 Miguel Indurain, il quinto di fila. L’altro, un anno dopo, glielo rubò il danese Bjarne Riis. Che era drogato fin sopra i capelli per sua (successiva) ammissione. E pure a tavola era imbattibile. Per carità non si faceva mancare niente, soprattutto i bicchierini della staffa, ma aveva classe anche nel mangiare e nel bere. E non eccedeva come Brera che più di qualche volta abbiamo dovuto caricarcelo in spalle e adagiarlo ubriaco sul letto dell’albergo il sabato notte prima della partita della domenica. Che iniziava alle 14.30. Calcio minuto per minuto invece cominciava alla fine del primo tempo. “Dallo studio centrale vi parla Roberto Bortoluzzi”. Roberto era cugino di mia mamma. Pure lei Bortoluzzi come mio nonno materno che non ho mai conosciuto essendo scomparso subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Entrambi sono nati a Napoli e abitavano al Vomero. Se son diventato giornalista sportivo lo devo a Roberto, che mi trasmise la sua passione, e a mia zia Rina che convinse mio padre a lasciar perdere con la laurea che gli avevo promesso avrei ottenuto in medicina (e poi in farmacia) a patto che mi desse il suo consenso per sposarmi minorenne la Tigre.
Da Gianni ho imparato invece ad amare il Calvados. Però quello buono, francese doc. E, adesso lo posso confessare, prima di spedire il mio pezzo col computer, ascoltavo sempre il suo che dettava al telefono e che aveva scritto sull’inseparabile Olivetti. Non lo copiavo: questo mai. Ma mi vergognavo d’essere così scarso rispetto a lui. E persino incredibilmente meno aggressivo e cattivo. “Salvate la lingua dai giornalisti robot”, fu il titolo di uno dei suoi Cattivi pensieri. Spesso se la prendeva con la Gazzetta, dove pure aveva mosse i primi passi. “E’ stata per me una buona gavetta che mi sarebbe tornata utile più tardi” una volta ammise, ma non per questo indugiò a scrivere sulla Repubblica: “Ho voglia di passare da via Solferino con un camion di cachi maturi”. Sull’aereo giocavo a scopetta con lui. Vincevo e perdevo. Lui si ricordava tutte le carte, ma almeno in questo, come allievo prediletto di Franco Grigoletti, credo d’essere stato più bravo di lui. Da cui ho preso la brutta mania di raccogliere i ritagli di giornali. Dei quali Gianni si riempiva le tasche della giacca, mentre io sovraccaricato il mio studio. Tanto che ora faccio fatica a raggiungere la scrivania senza pestarli e inciampare.
Non so perché ho scritto tutta questa pappardella. Mura se la strameritava. Però io, come al solito, adesso mi ritrovo a dover chiudere il pezzo in un quarto d’ora e non ho nemmeno un titolo per giustificare la foto presa da Tv Talk che inquadra Paola Cortellesi e Massimo Bernardini, l’ex conduttore del programma di successo che raccontava il mondo televisivo senza peli sulla lingua. Così prendo la palla al balzo e adesso scrivo i miei cattivi o buoni pensierini come la prina cosa che mi viene in zucca. In fretta e furia. Senza alcun nesso tra loro. Ho visto il 2 giugno dopo cena “Ottant’anni di Repubblica: il racconto in tv” dalla piazza del Quirinale con il nostro presidente della Repubblica in prima fila e Paola Cortellesi sul palco che parlava delle conquiste delle donne dopo la caduta del fascismo. Alla Cortellesi voto 9 e al programma 10. Che pure ha avuto solo due milioni e mezzo di spettatori e uno share di solo il 13,6 per cento. Robe da matti. Ma cosa guardate in televisione. Solo le abbuffate di Antonella Clerici e le storielle di zia Mara Venier. E ancora: stasera stiamo tranquilli. Gara 4 di semifinale del Taliercio tra Reyer e Virtus non sarà arbitrata stasera da Tolga Sahin ma da Roberto Begnis, il secondo miglior direttore di gara del basket del BelPaese dopo Saverio Lanzarini. Quindi possiamo stare tranquilli, ma vincerà lo stesso Venezia che da giovedì giocherà la prima finale scudetto al Forum con l’Armani. Scommettiamo? Felice di sbagliarmi.