
De Laurentiis rifiuta 2 miliardi e 200 milioni per il suo Napoli
Non so se porti scalogna. Non credo a queste cose. Però se John Mc Enroe dichiara alla Gazzetta di giovedì: “Sinner a Parigi senza avversari” e poi Yannik scende in campo contro l’ignaro Cerundolo senza toccarsi le palle, che più signorilmente Andrea Camilleri chiamava zebedei, e poi perde per un malore dopo trenta vittorie di fila ed essere stato in vantaggio 6-1, 6-3, 5-1, comincio a pensare che il quotidiano di Urbano Cairo, che non posso vedere, un cinin di sfortuna anche la porti. E Mc Enroe? No, guai a chi me lo tocca? Come Max Allegri che a Livorno chiamano Acciuga e non Acciughino. Il quale fa molto bene a non leggere la Gazzetta e le favole di Luigi Garlando vietate ai minori di cinque anni. Ma come? A cinque anni i bambini non sanno ancora leggere. Per l’appunto.
Nonno Garlando ha scritto che Cerundolo è stato più sveglio di Pisolo (capirai!) e più tosto di Mammolo. Però! Non l’avrei mai detto. Mentre oggi si è inventato di sana pianta che nei quartieri di Napoli mugugnano: “Chillo dovrebbe allenare al Bruscolotti, non al Maradona”. E ancora: “Acciughino farà come il Petisso che con una mano spingeva avanti la squadra e con l’altra la tirava indietro”. Adesso però sarà il caso che qualcuno freni il nonnino che racconta le fiabe e gli spieghi che, se non sa come stanno veramente le cose, dovrebbe evitare altre figuracce. Perché il Petiso, alias Bruno Pesaola, argentino di Buenos Aires come Francisco Cerundolo, allenava non il Napoli, ma il Bologna alla fine degli anni 70 e urlava dalla panchina al terzino di fascia, che poteva essere Tazio Roversi, d’andare all’attacco incitandolo con entrambe le braccia perché i tifosi rossoblù della tribuna lo vedessero, mentre a bassa voce invece gli diceva: “E vai. E vai. Ma a quel paese se non stai fermo lì, in difesa”.
Ve l’ho confessato nei giorni scorsi: d’ora in avanti vi racconterò la prima cosa che mi passa per la zucca senza dare tante spiegazioni. Così conto di diventare finalmente almeno più svelto d’una tartaruga d’acqua dolce e meno prolisso di Marco Travaglio che, per convincerti di una qualsiasi monata politica, va avanti per giorni e giorni. Che dico? Per mesi e mesi. Senza riuscirci. Se però temete che non abbia visto ieri sera la prima semifinale dei playoff dominata dall’Armani a Brescia, tranquilli: ve ne parlerò più tardi dettagliatamente anche con i voti in pagella. Mentre su Sky stanno mostrando in pompa magna “The lost dream team: voci a confronto” con la partecipazione straordinaria (?) di Paolo Condò, Sasha Djordjevic, Davide Pessina, Gigi Riva e Flavio Tranquillo. Tutti e cinque seduti su un palco di un cinema di Milano che se la ridono di gusto per i racconti del tecnico di Belgrado che prossimamente, sempre secondo la Gazzetta, dovrebbe allenare la nuova squadra di Roma ben cinque anni dopo lo scudetto conquistato con la Segafredo.
Ora, a meno che non abbia le traveggole, il primo sullo schermo alla mia sinistra non è il Bombolone al quale ormai scoppiano i bottoni dalla camicia, ma un distinto signore con gli occhiali che non ha né la pancia di Condò, né la pappagorgia di Ciccioblack. Chi fosse non lo so, ma, se adesso pontifica di basket anche Gigi Riva, il puntuale inviato del Giorno durante la tremenda guerra in Jugoslavia, possono farlo proprio tutti. Anche Fabio Caressa o Pierluigi Pardo che già ne spara di tremende di calcio su Dazn. Basta che se ne parli: dite? Io dico di no. Altrimenti finisce che Tommy Marino a Lbatv speciale playoff sia sul serio convinto d’intervistare Jason Williams, l’estroso playmaker illo tempore dei Sacramento Kings di Vlade Divac, quando ha invece di fronte Davide Casarin che il prossimo anno giocherà nella Virtus. Sempre che Massimo Zanetti paghi qualche debituccio e Giannino Petrucci, che è stato largo di manica l’anno passato con Valerio Antonini e la Shark Trapani, chiuda ancora un occhio e iscriva l’Olidata al campionato prima che le piovano addosso i già minacciati lodi federali.
Di notizia in notizia finalmente una bella e buona: Valerio Bianchini, la mente più lucida del nostro basket, sarà il dirigente italiano di punta della Roma di Luka Doncic, l’asso sloveno dei Lakers, e il braccio destro di Donnie Nelson, l’ex giemme della Nba che ha rilevato il titolo dalla Vanoli Cremona che nessuno gli ha regalato come ho letto da qualche parte. Mi pare proprio sulla Gazzetta. E ridagliela. Ma pagandolo dai tre ai quattro milioni. Devo essere sincero: non pensavo prima di ieri che la Nba Europe potesse mettere piede nella capitale. E invece devo ricredermi perché il progetto americano a stelle e strisce avvallato dal grande Vate di Torre Pallavicina m’intriga parecchio. Tanto più che la società si è ben strutturata con l’arrivo anche di Rimantas Kaukenas e Salvatore Trainotti soprattutto se entrambi sapranno ritrovare lo spirito che avevano a Siena e a Trento prima di finire dove non si trovavano perfettamente a loro agio. Insomma ci siamo capiti e, se servirà, farò pure il tifo per Roma come nel 1992. Ai tempi di Piero Angelo Rovati, Piero Parisini e Franco Casalini. Con Nicola Roggero alle prime armi come telecronista. Tutti amici miei e di Oscar Eleni, il primo allenatore di Casalini.
Di palo in frasca. Sta per cominciare la finale di Champions che guarderò in registrata chissà quando: adesso non ho tempo, né voglia. Ed ho ancora mal di pancia: ormai da quattro giorni. Mi sbaglierò ma non credo che Djordjevic sarà l’allenatore scelto da Kaukenas che, se avesse buona memoria, prenderebbe al volo Simone Pianigiani. Così come penso, e l’ho già scritto un mese fa, che l’Armani di Peppe Poeta non possa perdere questo scudetto soprattutto se in finale troverà la Reyer con l’eventuale quinta partita al Forum. E se nella pallacanestro tiferò per Roma, che farà più fatica a trovare sul mercato sei italiani che sei stranieri, nel calcio sfaterò un altro tabù: forza Acciuga e quindi, di conseguenza, forza Napoli. Incredibile ma vero. E la Juventus? Mi prendo un anno sabbatico sperando che El Cann si perda per l’aia e non confermi almeno Vlahovic dopo Spalletti. Il quale nel contratto aveva scritto che avrebbe dovuto togliere il disturbo a fine anno senza pretendere un centesimo se la Juventus non avesse chiuso il campionato tra le prime quattro squadre in classifica. E comunque darò subito la disdetta a Sky: non ho mai guardato le partite di Europa League e continuerò a farlo.
Ho la bomba in tasca, che per altro ho già disinnescata nel titolo del pezzo, ma prima vi do le pagelle di Brescia-Milano e di una partita che è durata un tempo. Poi nella ripresa la Germani è scoppiata e non ho spento la televisione solo per rispetto ad Amadeus Della Valle, 24 punti (4/6 da tre punti), miglior score dell’impari duello. BRESCIA: Ivanovic 5.5, Della Valle 7.5, Rivers 6, Ndour 4, Bilan 6.5, Burnell 5, Nunn 5+, Cournooh 5, Mobio 4.5. MILANO: Ellis 5, Brooks 7, Shields 5.5, LeDay 6.5, Nebo 7, Guduric 6.5, Bolmaro 8 mvp, Mannion 4, Ricci 7+, Diop 6.5. Arbitri: Attard 6.5, Quarta 6.5, Lucotti 6, non di più perché hanno permesso alle scarpette rosse di mettere le mani addosso ai poveri bresciani sin dal bel principio secondo le regole dell’Eurolega. Ma questi sono i playoff del Bel Paese. O no?
Prima della bomba, che scoppia e rimbomba, un paio di fuochi d’artificio. Luca Banchi non andrà ad allenare a Roma, anche se adesso gli sarebbe piaciuto, ma l’Efes di Istanbul col quale è in parola da Pasqua dopo aver accantonato tutte le proposte italiane. Venezia compresa. Difatti alla Reyer rimarrà Olivetta Spahija che pure non piace a Napoleone Brugnaro, ma Federico Casarin non gli ha proposto niente di meglio. Indaffarato com’era a sistemare il figlio con un accordo diretto tra lui e Massimo Zanetti e un compenso di 180 euro per quest’anno. Più la paghetta oro-granata.
La nostra pallacanestro non è mai stata in crisi nera come di questi tempi. Eppure nessuna società vuol mollare l’osso. A parte Aldo Vanoli che due soldini li ha anche presi. Ma non c’è un’altra Cremona per Paul Matiasic, l’avvocato di San Francisco che voleva trasferire Trieste nella capitale e per questo ha già affittato il PalaEur che ora dovrebbe anche risistemare (per le feste), ma non trova un club che gli venda il titolo sportivo per disputare la serie A. Aniello Longobardi da Scafati gli ha risposto picche, Mauro Ferrari da Brescia non gli ha dato neanche retta nonostante si sia nei giorni scorsi lamentato della scarsa affluenza di pubblico al PalaLeonessa durante i playoff. In effetti anche ieri in gara 1 di semifinale non si è registrato il sold out delle altre stagioni ed è stato bravo il regista di Sky a non inquadrare quasi mai la desolante curva vuota dei tifosi ospiti. Dove si sono contati sei spettatori in tutto, uno in meno dei panchinari di valore dell’Olimpia. Tra i quali gli azzurri Flaccadori e Tonut che finalmente per qualche secondo hanno messo il naso in campo.
Dulcis in fundo, per l’ennesima volta Aurelio De Laurentiis, che i fratelli bianconeri chiamano affettuosamente De Lamentiis, e non hanno tutti i torti, ha rifiutato un’offerta megagalattica per il suo Napoli campione d’Italia l’anno scorso e secondo in questo campionato – grazie a dio – appena terminato. Sul piatto stavolta c’erano due miliardi e duecento milioni. Ovvero 2.200.000.000 di euro o dollari. Questo non lo so. Però so chi è arrivato a sparargli una cifra del genere. Matt Rizzetta, il patron di Napoli Basket sponsorizzata da Acqua Vera, Kimbo e Givova. Che si è salvato alla penultima giornata. Assieme ovviamente a un gruppo statunitense di ricchi sfondati di cui il nostro Rizzetta è forse soltanto il prestanome. E sapete cosa gli ha comunque risposto De Laurentiis: “Solo se sono il proprietario del Napoli che gioca al Maradona posso essere ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump. Altrimenti no. Anche con tre miliardi in tasca”.
Autore: Francesco Pecoraro | Ringraziamenti: Getty Images