
Venerdì magro, la Juventus d’El Kann e il cavallo di Troia
Il venerdì dell’amico Luca Cirillo è stavolta davvero magro. E quindi, cristianamente parlando, niente carne e solo pesce. Per il quale – lo sapete – io vado letteralmente matto. Soprattutto se è di laguna o della costa dalmata. E allora rinunciare per me alla carne non è e non sarà mai un sacrificio e men che meno un goffo tentativo di digiuno. Al contrario. Mi tuffo difatti avidamente ora nella lettura dell’articolo di Luca sgranocchiando un generoso scampo croato e gustando questo pezzo omerico. Col cavallo di Troia che ha nella pancia pure tutta la disistima che ho anch’io per questa Juve del Kann. Che non ce la faccio più a vedere soprattutto in EuropaLeague. Arrivando a preferirle in televisione persino l’ex morosa di Craxi e Spadolini in Ballando con le stelle. E comunque stasera pioverà su Venezia. Dicunt le previsioni del tempo. E quindi non andrò a Sant’Elena per il derby con l’Udinese che Davide Nicola dovrà vincere a tutti i costi. Altrimenti c’è sempre il mio Giovannino Stroppa dietro all’angolo. Che almeno era divertente e difendeva sul serio a tre. Non come fa credere il cittadino onorario di Crotone. Che ne mette ogni volta cinque più quattro davanti a Filip Stankovic. Quando, sui corner, non richiama indietro anche Akor Adams.
“Abbiate pietà di noi, poveri defraudati di una logica pallonara che fu. C’era una volta il fiero fango del campionato su cui brillava la tecnica e l’appassionato confronto economico, politico e sociale. Accompagnato da sfottò che ci facevano sentire vivi, da Sivori a Platini, da Pesaola a Maradona. Oggi invece ci ritroviamo a commentare le sventure di un calcio smarrito e affidato a tatuati e viziati personaggi senza epica che si muovono sgraziati su perfetti prati all’inglese.
Prendiamo ad esempio Juventus e Napoli: quale atroce peccato hanno fatto i rispettivi tifosi per ritrovarsi in campo fighetti strapagati e indegni delle maglie che indossano? Cosa resta del passato? Forse una 500 blu, direbbe Pino Daniele. In questo teatro dell’assurdo, che mescola tragico e comico – ma lasciamo da parte Ionesco -, si è consumato però l’ultimo guizzo del prode Aurelio De Laurentiis nei panni di un novello e geniale Ulisse. Con i suoi fidati Massimiliano Allegri e Giovanni Manna, ex juventini di razza, che hanno interpretato alla perfezione Euriloco e Euribate.
Ora sarebbe magari anche l’occasione per approfittatene e ripassare l’Odissea, che è diversa da quella calcistica che stiamo vivendo, ma resto sul pezzo per non perdere di vista il presidente del Napoli che ha ricreato il Cavallo di Troia. L’Acciuga livornese, infatti, si è introdotta allo Stadium di Torino con la sua Armata Brancaleone, debole di polmoni e priva di dinamismo podistico, ed ha fatto così sembrare la sbandata Vecchia Signora uguale a una corazzata imbattibile agli occhi di Elkann e Carnevali. In anticipo sui tempi e ben lontani dal Natale. Al punto che il club bianconero ha deciso di confermare il traballante Lucianone Spalletti e di ricapitalizzare con 250 milioni di euro, di cui 100 per finanziare il mercato offensivo (in tutti i sensi).
Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Un colpo di classe, non c’è che dire. Crollo io, e allora provo a far crollare anche te. A corredo, Aurelio ha scelto il silenzio assordante che, a ben guardare, restituisce l’esatta postura del tiranno al tramonto, un atteggiamento da fine impero che evoca le letture più colte della storiografia classica e della filosofia politica. Pare di scorgere in lui la boria distaccata e l’apatia cinica del Tiberio caprese, che – fiero dei trionfi – osserva lo sfacelo di Roma dall’alto del suo isolamento, disprezzando i sudditi e il senato stesso. Eppure, in questa sua flemma da monarca assoluto che ha deciso di abdicare (anche se confonde le acque), si avverte il rimbombo di un vero e proprio Götterdämmerung, un crepuscolo degli dei wagneriano. Dove il padrone del vapore assiste al crollo del suo sgangherato Walhalla, pronto a dare fuoco alle polveri del suo Regno pur di non lasciarlo intatto ai posteri.
Non siamo più di fronte al rassicurante re travicello, fantoccio inerte piazzato lì a subire gli eventi per quieto vivere. Qui c’è l’intelletto perverso di chi si fa beffe della propria stessa hybris. L’anno del centenario, che doveva essere il monumento alla sua dinastia, e che era iniziato con i fasti di una processione solenne, una messinscena borbonica finita in Piazza del Plebiscito tra incensi, fanfare e promesse di grandezza che avrebbero solleticato l’orgoglio di Ferdinando II, sta invece diventando una farsa coreografica in cui l’incedere della squadra azzurra sembra quello di una processione, o meglio, un pellegrinaggio d’anime in pena verso chissà quali santuari sperduti. Con al seguito una tifoseria dolente, costretta a implorare una grazia divina per la salvezza della pelle. Avendo ormai smarrito ogni residua speranza di gloria. Perché se Atene piange, Sparta non ride!”.
Luca Cirillo