
Luca Cirillo mi vuole troppo bene: l’intervista a me è un amore
Ho pensato che le quattro chiacchiere con i piedi sotto la tavola del Leone di San Marco, il ristorante di pesciolino che preferisco al mondo, meritasse e meriti d’essere pubblicata sul mio blog. Le quattro chiacchiere di calcio con Luca Cirillo, che non so mai se chiamare Luca o Cirillo, gustando la granséola o le alici fritte, sono diventate poi una gran bella intervista che conserverò gelosamente nel mio cuore e nella sezione Claudio Pea. A seguire due miei p.s. di palla nel cestino.
Svegliarsi alle 4 del mattino non è poi così male se ad aspettarti, a pranzo, c’è Claudio Pea. Da Napoli a Mestre, ampie soste comprese, il viaggio in auto dura poco meno di 9 ore ed è tutto sommato piacevole nelle scale dei colori al sorgere del sole che, dice il mestrino Claudio, “è il contrario di De Laurentiis, uno che illumina quando non si fa vedere. Citofonare Conte Antonio, Arrivato in via Trezzo a Carpenedo, zona residenziale nella terraferma del comune di Venezia, sistemo l’auto sulle strisce bianche. Vedo Claudione di spalle, in camicia azzurra, giammai scuro intenso, al massimo bianca come la sua Cortina d’Ampezzo a Natale o, volendo, con tratti di nero, sì, ma solo per un rimando subliminale alla Vecchia Signora. Lo riconosco dall’andatura: sono passati appena 12 o 13 anni dall’ultima volta quando lavorammo fianco a fianco a Dimaro nel corso dei ritiri del Napoli in Trentino (lui era il capo della comunicazione della Val di Sole), ma cammina ancora come un ex calciatore dal glorioso passato. Se chi pratica lo zoppo impara a zoppicare, lui, che ha praticato giocatori, dirigenti e personaggi indimenticabili della nostra storia patria, ha il passo di chi si è ampiamente rotto le scatole per la diffusa mediocrità imperante.
Lo abbrccio, forte, che a momenti lo soffoco, e gli chiedo se l’auto non mi darà pensieri: “Serve il disco orario?”. “Ma va, non passa mica Spalletti a farti la morale o un discorso filosofico”. Ci accomodiamo nella sala interna del Leone di San Marco. Mi alzo per un’altra spremuta di Pea mentre lui sorseggia il succo di pomodoro su cui ha strizzato un mezzo limone. “Cosa cavolo bevi? Sarai mica diventato vecio per davvero?”. Gli dico. “Mi vuoi dare a bere che non lo hai mai assaggiato?”, replica sorpreso. Faccio un sorso anche io, nature: penso che aggiungendo sale e basilico sarebbe come ingerire una pizza margherita liquida e passo oltre senza ammettere la promessa a me stesso di riprovare, ma non davanti a lui. “Ti trovo in forma“, gli dico. “Le meraviglie del mondo sono 7, io invece mi meraviglio di poter mangiare serenamente anche senza i 6 denti che mi hanno tolto. I provvisori non sono poi così male, resistono più dei difensori dell’Italia attuale”. “Ti trovo benissimo: agile, giovanile, brillante come sempre, con tanta energia”. “Ho maturato una certa fede, più solida di quella juventina che non traballa – non sia mai detto – nonostante le assurdità di El-Kan. Semplicemente non è la paura di morire, che è poca, ma la voglia di vivere, che è tanta”.
Mi racconta della Tigre (la moglie) dagli artigli sempre affilati e delicati, dei figli, dei nipoti: un mare di gioia, nello specifico la laguna veneziana. Da cui sono arrivate puntuali nei nostri piatti le tre granseole. “Non le avevi mai mangiate? Non ci credo. Deliziose, vero? Ti fanno godere come il Conte Antonio, ma c’è una differenza: la granseola non ti sfinisce e la puoi mangiare in tutti i ristoranti anche al di sotto dei cento euro. Sapevo che avrebbe vinto lo scudetto al primo anno a Napoli. Lui è così: si fa amare alla follia da tutti. Gli stessi tutti che poi lo odiano. A partire dai calciatori”.
E’ il turno delle alici fritte su letto di purè di patate. “E’ un omaggio al passato morbido e croccante di Allegri, in senso lato: anche acciughina non è più quello di prima. Dopo i 5 scudetti con la Juventus e le due finali di Champions League perse, ha messo un po’ da parte il galoppo e predilige il trotto. Se Max non toglie un po’ di polvere dal cappotto, senza snaturarsi, la vedo dura per il Napoli di Aurelio che ha dato un paio di mandate in più al portafogli dopo le spese pazze per il Conte Antonio”. “Quindi Claudio, oggi non punteresti nè su Conte nè su Allegri”, gli chiedo mentre arriva un’insalata di pomodori da urlo ed un piatto di paccheri con le seppioline degno di una passerella al Palazzo del Cinema al lido di Venezia con tanto di frac e flash dei fotografi. E che mangerebbero volentieri anche a Santa Lucia con vista Vesuvio. “Conte vincerà e si farà cacciare ancora da qualche altra parte. Oggi il tecnico più interessante è Gasperini. Ho visto Roma-Inter e mi sono divertito tanto. L’avrei voluto alla Juventus, altro che Sarri bluff – che avrà fatto pure divertire i napoletani un paio d’anni senza però vincere nulla – e poi tutti gli altri che sono passati sulla panchina, fino a Luciano da Certaldo, noto frate pensatore e viandante settecentesco”.
Gli ricordo i principi di gioco di Spalletti, regista del terzo storico scudetto del Napoli, ma è come declamare versi al cospetto di Carmelo Bene (che lui ha intervistato) o palleggiare mentre Sivori ti guarda. “La Juventus, ma anche il Napoli – perché sai bene che mia madre è napoletana – meritano tecnici freschi come questo sorbetto alla mela verde con un goccio di Calvados, che bevevo sempre in Francia in compagnia del grande Gianni Mura, collega e giornalista straordinario che per certi aspetti preferisco all’altro Gianni, Brera, di cui presi la scrivania a Il Giorno di Milano, e a cui Mura si ispirava molto”.
Usciamo in strada dopo un caffè. Io fumo (poco), lui non più. Mi parla di un bravissimo medico che ha conosciuto, un tipo empatico e senza fronzoli, a differenza di Mazzola: “Al Sandro vivo continuo a voltare le spalle perché con me e la mia famiglia non si è comportato bene, e non c’entrano nulla Juventus e Inter. Al Sandro scomparso le spalle non le volto, ma non faccio la morale a nessuno perché ci sono episodi anche peggiori che nessuno racconta e mi viene a noia parlarne perché il giochetto mi è chiaro da sempre”. Intanto videochiamo Antonio Giordano, firma de La Gazzetta dello Sport. Appare sullo schermo con sigaretta – Marloboro rossa, ca va sans dire – e attende di vedere l’amico a sorpresa. “Ciao Antonio – gli dice Claudio – come stai? Luca mi dice che sei alla Gazzetta: ma non eri al Corriere dello Sport?”. “Claudione, che piacere. Verrò a trovarti di nuovo quando il Napoli giocherà a Venezia. Intanto trova il modo per farti un giro dalle nostre parti. Si, Claudio, sono andato in pensione con il Corriere e da tre anni sono alla rosea”. Mi intrometto: “Come passare dal Napoli alla Juventus”. Antonio ride e mi dà del farabutto, Claudio protesta: “Ma no, ma quale Juventus, al massimo è passato dal Napoli all’Inter o al Milan. La Gazzetta dello Sport la compro, ma non la leggo. Ora ho un motivo per leggere almeno i pezzi sul Napoli”.
Salutiamo Giordano, poi riabbraccio forte Claudio, mio impareggiabile compagno di scopone scientifico: insieme siamo imbattibili e sfidiamo chiunque, ovunque, dal Trentino al mondo intero. Mi dice: “Grazie per questa meravigliosa sorpresa e per i chilometri che hai fatto per rivederci. Siamo stati bene, no? Dai che il tuo Napoli, se Allegri non si distrae troppo, può finire tra le prime quattro. Ora dove vai di bello?”. “Chi lo sa. Forse a Castelfranco Veneto… Vediamo. O verso Treviso. Poi in Toscana”. “Prendi la strada giusta, non fare l’errore di El-Kan che si ostina a voler guidare la Juventus. O di De Laurentiis, che si sente in ogni luogo (ride, ndr)”.
P.s.1 : sappiatemi dire se vi è piaciuta. A chi un cinin mi conosce sicuramente sì. Difatti stavo anche scrivendo il pezzo di basket sulla prima di campionato di serie A ed A2 che è stata davvero esplosiva con le vittorie di Treviso (addirittura 109-94) sul Bc Roma e di Mestre (di ben 21 punti) a Torino. Ed anche, e soprattutto, con la clamorosa lite sul parquet tra Napoleone Brugnaro e Olivetta Spahija. Quando – per favore non arrabbiatevi – ho deciso di rinviare il pezzo di ventiquattr’ore. Così vi potrete godere in santa pace l’articolo-intervista di calcio di Luca Cirillo pure lui felice per l’esordio della sua Napoli, quella di Gelsomino Repesa, al Palaeur contro l’altra Roma capitale. Così io potrò vedermi prima di cena Italia-Belgio, di cui nessuno ha osato dirmi il risultato finale, e dopo Turchia-Italia. Domani vi spiegherò la vera ragione per la quale l’ex sindaco di Venezia si è scagliato contro il suo allenatore forse dimenticando che Spahija è stato un ufficiale dell’esercito croato durante la guerra fratricida in Jugoslavia e che le avrebbe senz’altro prese se non fosse intervenuto il mio caro Pesciolino rosso a separali.
P.s.2 : bene. Anzi, molto bene. Benissimo. E per due buoni ragioni, come ho detto stamattina a Valerio Bianchini che ho sentito a mezzogiorno al telefono e che sabato avevo molto affettuosamente abbracciato al Palaverde. Uno: finalmente ho capito il vero compito che ha Federico Casarin oggi nella Reyer dopo aver perso la testa per Davide. Che è suo figlio e ha perfettamente ragione. L’avrei persa anch’io se Rocco, mio nipote, andasse in Nba e nella Virtus. Anche per sedersi solo in panchina. Quello d’impedire a Olivetta, sostenuto da tutto il tifo del Taliercio, d’arrivare a colpire Napoleone con un gancio destro o un montante sinistro. A domani. E se proprio non potete vivere senza la pallacanestro andatevi a leggere quel che ha scritto oggi l’Orso Eleni sull’Indiscreto parecchio intertriste ma non importa. Che a Brugnaro ha dato neanche 2 in pagella, ma 1. Così motivandolo: “Un fumantino che se la prende con il suo eccellente (?, ndr) allenatore facendo una piazzata televisiva davanti a tutti. Padroni delle ferriere lasciate perdere il basket”. E poi sarei io il cattivo… A domani.