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CLAUDIO PEA
MORS TUA VITA PEA

Eravamo ancora tutti bambini in questa foto a Livorno del 1989

7 Novembre 2026

Mi ero anche svegliato presto per leggere assieme a voi i giornali. Ma poi mi sono perso dietro a chissà cosa e così adesso è già mezzogiorno. Anzi, lo era. Dal momento che la Tigre mi ha appena chiesto cosa voglio mangiare a pranzo. Una bella peperonata, due grissini di numero e magari una mela Red delicius o Fuji “però per carità non cotta”. Questo mi ha intimato l’altro giorno il dietologo che teme che abbia il diabete. Ci mancava solo questo. Dopo due infarti, tre broncopolmonite, un paio di flebiti e tre quattro tumori. Di cui per fortuna ho perso il conto. Penso piuttosto che sia stata la pancreatite di luglio a scombussolarmi tutto il sistema glicemico per almeno qualche altro mese ancora. Essendo comunque certo al cento per cento che per una mela o pera cotta non è mai morto nessuno. E men che meno per un succo d’arancia.

La mattina è volata via in un lampo. Forse perché non ho rinunciato alla libidine di farmi fare la barba da Daniel. Ma poi sono entrato in un bar della piazza dove mi hanno guardato tutti storto: forse perché stringevo sotto al braccio la Repubblica, il giornalaccio dei comunisti con il cachemire e il Rolex, che ho poi cominciato a sfogliare mentre sorseggiavo il classico caffellatte col latte freddo e il bicchiere grande. D’accordo, da lunedì cambierò bar: ce ne sono talmente tanti e uno vale l’altro. Così come non metterò più piede dalla Mariuccia frutta e verdura dopo oltre vent’anni: mi spiace assai, però devo essere sincero: spendere da Bulgari 190 euro in fondo a via Rielta mi sembrano francamente troppi. Oltre che, di questi tempi, un vero insulto alla miseria. Rinuncerò così mal volentieri ai carciofi crudi tagliati fini o alle ultime finferle di stagione nel pasticcio della Tigre. Però almeno non sentirò più la Mariuccia dire, parlando con un cliente senz’altro fascista o leghista, che poi son della stessa pasta, che la Meloni è brava. A far cosa? Pappa e ciccia con Trump? Dai, per favore.

Non so quanto potrà durare questa benedetta dieta. Se potessi mangiar pesce tutti i giorni, anche una vita. Ma non è possibile. E quindi? Dopo la pennichella e un frutto proibito (ma si può? ndr) mangiato di nascosto, vedrò magari domani Armani-Valencia di giovedì e Virtus-Dubai di ieri sera in Eurolega, delle quali ovviamente non conosco né l’andamento né l’esito finale. E riparto da Repubblica e da un paio d’articoli che non potete non leggere. Come l’intervista di Malcom Pagani, bella penna, a Dino Zoff, il numero 1 dei portieri, che comincia da un richiamo in prima: “Berlusconi mi attaccò e divenni un rivoluzionario” e prosegue alle pagine 24 e 25. Il mito del Mundial ’82 si racconta dall’infanzia in Friuli. “A casa mi potevo lamentare solo della grandine”. Ai trionfi sportivi. “Io e Pertini perdemmo a scopone con Causio e Bearzot: il presidente mi scrisse un cablogramma per scusarsi del suo errore”. “Ho sempre preferito darmi del cretino piuttosto che incolpare la sfortuna, ma nella vita ci vuole anche culo” . Com’è vero. “La sera del Mondiale vinto mi trovai con Scirea a bere vino e fumare sigarette: fu così bello e diverso dalla banale baldoria”. Strepitoso.

Con Dino Zoff ho un magnifico rapporto di stima reciproca che durerà per il resto della nostra vita anche se non ci dovessimo mai più vedere o sentire per telefono. “Il silenzio stampa che ti hanno attributo i giornalisti in mala fede e con la coda di paglia è un’enorme menzogna”. Difatti ne parlerò presto nel mio libro. Regalandovi ancora questa risposta alla domanda di Pagani: “E’ stato un uomo felice?”. “Direi di sì. Anche se la felicità è una bestia così intima che dare una risposta sensata è difficile”.

Sempre su Repubblica c’è l’adorabile Jannik Sinner che si separa da Daren Cahill, il coach con cui ha vinto 5 Slam, senza farne un dramma: “Mi ha aiutato a crescere in campo e fuori”. Mentre il nuovo allenatore che affiancherà Vagnozzi sarà lo svedese Magnus Norman, 50 anni, ex tecnico di Soederling e Wawrinka. Oppure il graffiante Maurizio Crosetti che perfettamente inquadra il momento di Allegri, Sarri e Spalletti, “lontani dalle vittorie del passato, spesso vittime di loro stessi” nel crepuscolo dei profeti. Toh, a pagina 41 ci sono persino quindici righe di una pallacanestro ripudiata, a torto o a ragione, dopo che il magnifico Valter Fuochi è andato in pensione. Ma la notizia è grossa, anche se era da un pezzo nell’aria: “L’Olimpia esonera Poeta, in panchina torna il ct Banchi”. E così sono venuto a sapere che Milano ha perso la nona partita su dieci in Eurolega, l’ottava di fila. In verità troppe sul serio. E così posso ben fare a meno di vedere la registrazione su Sky. Anche se la telecronaca non l’ha fatta Ciccioblack Tranquillo magari con Son-na-lagna Soragna, ma la bella coppia di Andrea, Solaini e Meneghin.

Ecco sono caduto dove volevo arrivare: una pazzesca foto che domenica Giorgio Gorlato ha regalato a me e a Stefano Cazzaro al termine della partita tra Udine e Tortona. Della quale ho fatto un quadro che appenderò al muro della mia stanza preferita. Dove passo le giornate a scrivere o a guardare la televisione. Senza la Tigre tra i piedi. L’immagine è di fine maggio 1989. Alla vigilia della terza partita di finale dei playoff: l’Enichem Livorno di Albertone Bucci e la Philips di Franco Casalini.  Arbitrata da Gorlato e Paolo Zanon, il miglior fischietto del Bel Paese che ho nella foto alle mie spalle. Coi baffi, la cravatta e il ciuffo ribelle. Mentre io, non mi riconosco o quasi, ero ancora un bambino. Come Oscar. Porto gli occhiali da sole e una camicia scozzese. Attorno a me il fior fiore dei giornalisti di palla nel cestino che non erano pochi: l’Orso Eleni, il grande Werter Pedrazzi, Colnago, Carboni e De Cleva, mezza Rai-radio-televisione italiana, Colombo, Iannacci, Aquari. E altri di cui ora ricordo ma non il nome. Perdonatemi. Vinsero gara 3 D’Antoni, Premier, Pittis, Meneghin, McAdoo, Pessina, King, Montecchi, Aldi e Baldi  per 73-69 e 2-1 nella serie. Con questo successo tutti pensammo allora che nella quarta sfida a Milano l’Olimpia avrebbe fatto suo lo scudetto. E invece s’andò alla quinta. Ancora a Livorno. Nella più celebre di tutte le finali del basket italiano. Che se non sapete come è finita, sarà meglio che andiate tutti a nascondervi in qualche monastero fuori dal mondo.

 

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SATIRICON
DAL ROMANZO DI PETRONIO ARBITRO

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tratta prevalentemente di pallacanestro e tendenzialmente in forma satirica, ragion per cui negli articoli compaiono espressioni, commenti, giudizi volutamente erronei, irreali, paradossali, sarcastici e farseschi: banalmente ironici.

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