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CLAUDIO PEA
MORS TUA VITA PEA
Volley pea

L’Italia di Fefè out: pure il nostro volley impari a perdere

Guardando dalla mia finestra ho visto una foglia cadere: è autunno. E, esclamando “è autunno”, alzavano all’improvviso il tono della voce e contemporaneamente abbassavano insieme il capo. Questa è la prima poesia che Bicio e Giorgia, i miei adorabili gemelli, che ora hanno cinquantacinque anni, eppure non mi fanno sentire ancora così vecchio, hanno imparato all’asilo. Poi a scuola li hanno separati e non ne ho ancora capito il motivo: sono stati sempre così diversi che non avrebbero mai potuto pestarsi i piedi. E comunque al diavolo gli oroscopi essendo nati, sotto il segno del cancro, Bicio venti minuti dopo Giorgia. Una sola cosa hanno sempre avuto in comune: una più che accesa simpatia per la Juventus trasmessa senza imposizioni ai loro figli, Dodo e Rocco, che – record mondiale – avevano nove anni, e Rocco nemmeno, e erano campioni d’Italia per la nona volta di fila. Insuperabili. Ma perché racconti queste cose? Perché oggi è il 23 settembre. E allora? Dalle 2:05 è equinozio d’autunno. Ovvero il momento in cui il sole attraversa l’equatore celeste e passa dall’emisfero settentrionale a quello meridionale. Mi hanno spiegato. E il giorno e la notte hanno una durata – fateci caso – quasi eguale. O, meglio in questo contesto, quasi gemella.

Se poi tutto questo non v’interessa e volete continuare a vivere culo e camicia con l’ignoranza, che appartiene ad oltre  una buona (?) metà d’italiani, ovvero quella che è fascista, razzista e omofoba, molto bene: vorrà dire che smetterete qui di leggermi dandomi così un insperato sollievo. Se invece pensate che la vita di chi scrive non debba mescolarsi con gli argomenti di cui tratta, nel mio caso sportivi, si sbaglia di nuovo. E molto di grosso. Magari capisco quelli che a cavallo del secolo scorso scrivevano, io compreso, sui quotidiani o sulle riviste sforzandosi d’essere super partes e senza cadere nel personale. Difatti usavamo nelle nostre articolesse solo la prima persona plurale. “Crediamo che l’Inter abbia meritato di vincere”. Questo lo pensi tu, non certo io. Forse perché sei intertriste come lo erano la maggior parte dei giornalisti di via Solferino e in particolare gli eccellentissimi Silvio Garioni e Fabio Monti.

Mi hanno detto che il figlio di Silvio, Matteo, è stato assunto alla redazione sportiva del Corriere della sera. Anche se ho sempre pregato Dio che Giorgia e Bicio non mi chiedessero mai di poter fare il mio mestiere. Ne sono felice. Davvero. Leggerò allora Matteo. Che magari era il figlio che Silvio mi raccontava che giocava a basket nell’Olimpia. Sarà difficile, mi ha risposto l’amico al quale di lui ho chiesto notizie. “Perché non scrive quasi mai preferendo essere un grande culo di pietra”. Come l’immenso Saverio Sardone? “Fai conto”. Di capi redattori al Giorno ne ho avuti tre. Anzi quattro, ma Franco Rossi non lo considero: Giulio Signori, Saverio Sardone e Franco Grigoletti.  Ovvero un maestro, un bell’esempio e un secondo padre. E’ un pezzo che non sento Saverio. Difatti l’ho chiamato invano al telefono. Forse non ha più quel vecchio numero di cellulare. Forse non vuole più avere rotture di scatole. Forse sarà più vicino ai novant’anni che agli ottanta. Evviva!

Faccio fatica invece a sopportare gli intertristi dell’ultimo secolo come Stefano Olivari, che si è inventato l’Indiscreto, il brillante blog dove scrive anche l’Orso buono, Oscar Eleni, rossonero assolutamente doc, e soprattutto Giorgio Specchia, caporedattore delle varie alla Gazzetta, al contrario di Olivari parecchio scarso e pure antipatico. I quali, nei loro imperdibili libri, hanno fatto di Nino Ciccarelli da Quarto Oggiaro un autentico mito. Peccato che il leader della curva nord che frequentavano da ragazzi, e dalla quale i loro fratelli camerati tiravano giù da basso i motorini, fosse il fondatore dei Viking, sia soprannominato Tre lame, chissà mai per quale ragione, e si sia comunque sparato non sa nemmeno lui quanti anni nelle patrie galere. Mannaggia, poveretto: ha perso il conto. Con tutte le denunce e gli arresti che ha avuto per risse aggravate e rappresaglie.

Ed è qui che volevo andare a parare dopo un giro per la verità un cinin contorto, lungo e vizioso, ma, almeno per me, ed è quel che più conta, parecchio piacevole. Avrei voluto censurare pure io la spregevole presa di posizione della curva bianconera che domenica ha voltato le spalle, mostrando la schiena, durante il minuto di raccoglimento in ricordo di Sandro Mazzola. Però l’hanno già fatto almeno mille firme più illustri della mia, a parte quella di Luigi Garlando che lascio volentieri sempre leggere solo ai bambini. E quindi, indignato, taccio. Tanto più che avevo già scritto la mia domenica molto prima che iniziasse Juve-Atalanta. Piango anch’io il Baffo con la coppola e il sigaro all’angolo della bocca. Augurandogli che lieve gli sia la terra. Nonostante non ci rivolgessimo più la parola dalla domenica delle Palme del 1983, Genoa-Inter 2-3, che sarebbe dovuta invece finire 1-1, gol d’Altobelli. Ma quanto meno, in occasione del funerale di Franco Rossi, ai primi di novembre di tredici anni fa, da lontano ci scambiammo un cenno di saluto. Lui era con Luisito Suarez. Io sotto braccio al caro Michelino Fusco. Che ci ha lasciato di ghiaccio con il Covid. E fu infatti quella l’ultima volta che l’ho visto in vita.

Intanto non so se ve ne siete accorti, anche no, ma sono passate più di ventiquattr’ore da quando ho lasciato lì impiantato questo pezzo perché ieri sono stato prima a pranzo con l’amico fraterno Luca Cirillo che è partito da Napoli un paio d’ore prima dell’alba per raggiungermi al Leone di San Marco per gustare la granséola e i paccheri con le seppioline che gli avevo tanto decantato. E sentirmi dire, al sorbetto con le mele verdi e un goccio di Calvados, che neanche nel Borgo di Santa Lucia, dove sono nati i polipetti alla luciana, vicino a Castel dell’Ovo, si mangia così bene il pesciolino, mi ha fatto andare in brodo di giuggiole. Poi Luca, il mio fantastico compagno di scopone scientifico in Val di Sole, se n’è andato non ho ben compreso dove. Credo a Castelfranco Veneto avendomi parlato di grandi mura e di un castello col ponte levatoio. Certo è che eravamo davvero imbattibili in coppia, contro Nico e Bruno Majorano, figlio mio adottivo, durante i ritiri del Napoli nel 2012 e 2013. Con Walter Mazzarri, che è finito ad allenare l’Iraklis a Salonicco, e quel gran signore di Rafael Benitez che convinse Higuain a firmare il solito contratto-capestro di cento pagine e mille cavilli mignon con Aurelio De Laurentiis, il più odioso presidente della faccia della terra.

Ieri o oggi, in fondo cosa cambia? Nulla. Ieri sera il Tg1 delle venti è cominciato con Giorgia Meloni e Francesco Maesano che si è così invaghito di lei  che, se potesse, la sposerebbe domattina in chiesa. E stasera – ci scommetterei l’osso del collo – ancora da Palazzo Chigi il telegiornale di regime muoverà i primi passi con Maesano che ci racconterà quante volte il vostro presidente del consiglio è andato in toilette. Sempre in fondo, ovviamente a destra. E poi? E poi sono volato a far gasolio: ero a secco. Adesso volete sapere di me proprio tutto. Bene, così mi piace. Il pieno mi è costato la bellezza di 110 euro tondi tondi. Venti più del solito. Nuovo primato italiano diesel col gasolio a 2,336 al litro. E non in autostrada, ma a Zelarino in aperta campagna. E poi cosa hai fatto? Ho fatto il nonno che porta quasi ogni giorno Rocco all’allenamento a Marghera.  Con un traffico a quell’ora, sul calar della sera, spaventevolmente pazzesco. Però lasciatemi anche confessare che prima avevo provveduto a mandare in mona Trump e la Meloni. E, già che c’ero, anche tutti quegli imbecilli che li hanno votati.

Avrei anche finito. Ho scritto di nuovo pure troppo: oltre le tre cartelle. E sono stato molto bravo, me lo dico da solo, a non parlare né di pallone, né di palla nel cestino come mi ero prefissato. In fondo la serie A  ripartirà sabato 10 ottobre con Genoa-Fiorentina, Inter-Parma e Napoli-Frosinone. Capirai! E la B un giorno prima con Avellino-Sampdoria. Già meglio. Quindi ho davanti tutto il tempo che voglio per riparlarne a dovere. Tanto più che il Venezia non ha mandato al diavolo Giovannino Stroppa come avrebbe voluto la bella Bodie–building con il braccino corto, ma ha prevalso il buon senso di Pippo Antonelli che non potrà mai confessare d’aver potuto spendere appena una dozzina di milioni per salvare dalla retrocessione una squadra che purtroppo già a ferragosto, dopo la partita di Coppa Italia con il Modena affannosamente vinta, ho pensato (e l’ho scritto) che non ci sarebbe riuscita nemmeno sotto la guida del Pepp Guardiola o del Conte Antonio. Il quale era ieri sera all’Olimpico di Torino per applaudire (vedi foto, ndr) gli azzurri di Fefè De Giorgi, campioni del mondo, nei quarti di finale dell’Europeo contro la Finlandia.

Ora non voglio assolutamente affermare che il cittadino più famoso di Lecce  porti sfortuna. E men che meno quel palasport, dove per altro anche la nazionale di basket d’Ettore Messina fu esclusa dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro dalla Croazia più debole della storia. Anche perché non vorrei in alcun modo fare i conti poi con i tremendi gemelli Viberti. Soprattutto Paolo, che io chiamo Veerpalu legando il suo nome a quello del fondista di sci estone che a sorpresa ha vinto ben due ori olimpici e mondiali. Clamorosamente anche il biondissimo Jokela, che Andrea Lucchetta ha preso per il cesto giocando sul cognome, “dai giochela, giochela, vediamo“, forse solo per esorcizzarlo (invano), e gli altri visi pallidi hanno pure con largo merito messo in ginocchio Mattia Bottolo, Pardo Mati e capitan Simone Giannelli, i miei preferiti (nella foto, ndr), tutti e tre in serata decisamente storta. Nell’Italia all’improvviso non è funzionato niente di niente: dal muro alla ricezione, ma anche nella battuta alla salto e in attacco. Succede. Salverei soltanto il libero Fabio Balaso  che ha rimesso in gioco l’impossibile, ma arrossirei al posto di Davide Romani e Rebecca Saibene, cronisti delusi della Gazzetta, che hanno bocciato Fefè con un voto (quattro) che non si sarebbe meritato nemmeno se avesse perso in tre set e non 13-15 al quinto dopo essere stati avanti 12-10. “Ieri sera De Giorgi è stato il male dell’Italia“. Ma mi facciano il piacere. L’uno e l’altra. E imparino a perdere.

P.S.: agli aficionados ho spedito il pezzo del blog che ho scritto tra mercoledì e giovedì solo stamattina perché ieri sera per mia colpa, e solo mia grandissima colpa, ho cancellato metà pezzo che ho finito di ricostruire quasi a mezzanotte. Troppo tardi per disturbarvi. Se invece mi chiedete perché non mi sono occupato di pallacanestro visto che il campionato inizia sabato con Treviso-Bc Roma e Reyer-Cantù. E io andrò al Palaverde. Mentre l’EuroLega apre oggi (venerdì) con Fenerbahce-Virtus e Partizan-Armani, due trasferte assai toste. Vi rispondo: ho fatto come la Gazzetta che intasca milioni dagli sponsor, Federazione e Lega, e giovedì non ha speso manco una riga per il basket. Si può? Io dico di no. Ma se Giannino Petrucci e Maurizio Gherardini sono contenti così, non fanno una piega e non tirano le orecchie a Urbano Cairo, perché dovrei farmi io il sangue amaro? Non ci penso assolutamente.

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SATIRICON
DAL ROMANZO DI PETRONIO ARBITRO

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tratta prevalentemente di pallacanestro e tendenzialmente in forma satirica, ragion per cui negli articoli compaiono espressioni, commenti, giudizi volutamente erronei, irreali, paradossali, sarcastici e farseschi: banalmente ironici.

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