
In barca a pranzo da Nane nell’isola di San Piero in Volta
I compagni di merenda non mi hanno ancora informato della decisione che hanno preso se andare o meno in barca a pranzare nell’isola di San Piero in Volta da Nane: uno spettacolo nello spettacolo. Unico. Io ho dato ovviamente subito il mio assenso, entusiasta della proposta che mi stuzzicava parecchio assai. Ed infatti è da quando mi son svegliato, appena dopo l’alba, che continuo a scrutare dalla finestra il cielo per vedere se finalmente il sole si farà largo lassù tra le nuvole agitate dal vento che viene dal mare e soffia furente. Le previsioni del tempo dicono di sì, ma c’è da fidarsi? Di quelle d’Arabba senza dubbio. Di quelle di Tele Meloni mai e poi mai. Se non altro per partito preso. E intanto nell’attesa comincio a buttar qualche riga di un racconto senza né capo né coda.
Da Nane Canton vi portai una volta a mangiare anche Giovanni Trapattoni prima di una sfida secca di Coppa Italia che ovviamente la Juve perse, se non ricordo male, 4-3 e senza nemmeno ricorrere ai tempi supplementari. In verità quella partita d’ottobre di ben 33, dico trentatré anni fa, l’ho custodita nella zucca come nemmeno in una cassetta di sicurezza. Ricordo infatti, come fosse ieri, i tre gol di Campilongo dopo l’1-0 di Giancarlo Marocchi e il 2-2 dal dischetto di Robi Baggio. A quattro minuti dal 90esimo segnò anche Cerbone e a due inutilmente pure Angelo Di Livio.
A pranzo il Trap, gustando il pasticcio di pesce per il quale andò letteralmente via di testa, mi aveva già confidato che avrebbe tenuto in panchina il promettente diciannovenne di Conegliano o, meglio, di San Vendemiano, in provincia di Treviso, che mi pare si chiamasse Alessandro Del Piero, giocava nel Padova ed era stato appena acquistato da Giampiero Boniperti su suggerimento d’almeno un milione di persone di mia conoscenza. Perché la convivenza con il Divin Codino – mi spiegò – era ancora difficile. Lui per la verità disse “acerba” e accompagnò l’aggettivo scelto con un sorriso divertito che diceva e spiegava tutto. Più di qualsiasi altro giudizio o sentenza.
Con Giuàn ci si capiva al volo: gli volevo bene e gliene vorrò sempre. Come ad un fratello maggiore. Il quale spesso mi prendeva in disparte nello spogliatoio del Comunale e mi chiedeva dell’Inter più che del Milan. E solo più tardi ne ho compreso la ragione. Novità, pettegolezzi, indiscrezioni?, mi domandava alla Franco Rossi. Il ricordo del quale da qualche giorno non mi abbandona mai. Nemmeno nei sogni che a volte si trasformano in incubi. Dai quali mi sveglio di soprassalto, però basta che mi faccia un giro per la casa, che è anche sin troppo grande per due, io e la Tigre, nessun cane e nessun gatto, nemmeno un canarino. Perché con il fiatone m’infili poi subito sotto le lenzuola e riprenda sonno in un lampo.
Il Trap mi chiese scusa quella sera del suo ultimo scudetto bianconero, il sesto, dopo la vittoria per 3-2 a Lecce e l’incredibile sorpasso la domenica prima sulla Roma di Sven Goran Eriksson che aveva perso in casa, all’Olimpico, proprio con i pugliesi già retrocessi in serie B. Gol di Massimo Mauro su punizione diabolica di Michel Platini, che da tempo chiamavo l’Immenso. Raddoppio d’Antonio Cabrini su assist di Mauro, il migliore in campo, e 3-1 d’Aldo Serena su lancio di Platini dopo un uno-due con Michael Laudrup. Non so se ora avete l’idea di quale Juventus stia parlando. Non di quella d’oggi che, se manca McKennie, Spalletti è disperato. Dico Weston McKennie che con Trapattoni avrebbe fatto la riserva per tutta la vita.
Per l’occasione eccezionalmente Boniperti mi chiese la cortesia di dargli una mano per quella specialissima cena in casa Agnelli. In pratica dovevo tenere buoni, e seduti a tavola, tutti i colleghi giornalisti nella sala accanto a quella dove la squadra con l’Avvocato festeggiavano il ventiduesimo titolo tricolore della Signora. Che era ancora una gran bella donna. Almeno sino al brindisi finale. Quando Giuàn mi sussurrò ad un orecchio: “Perdonami, Claudio, se vado proprio all’Inter, ma non ho saputo rinunciare alla montagna di soldi che Massimo Moratti mi ha promesso e che Boniperti non mi darà mai nemmeno accumulandoli in tre campionati di fila”. E mi offrì il calice di champagne per il cin-cin.
La storia di quel torrido giorno di maggio dell’86 non è tutta qui. Anzi. Il prologo è ancora più gradevole e interessante però, se permettete, lo tengo per il libro che magari un giorno anche scriverò. O forse mai. Non lo so. Un giorno penso proprio di sì. Un altro sono così affezionato a questo blog che credo proprio di no. Vedrò. Intanto mi ha telefonato Dino dicendomi che “il borin non scherza, però c’è pure un bel sole caldo. Quindi ci vediamo in darsena tra mezzora, ma portati comunque un pullover o un giubbetto”. Corro. Ed è qui che ho chiuso e sconnesso il computer ripromettendomi di riaprirlo nel tardo pomeriggio.
Però sapete come vanno per le lunghe queste gite in mare. Dalla darsena di Mestre a San Pietro in Volta per il canale dei Petroli, che pure è come una spada nel cuore della laguna che punta diritta sugli Alberoni del Lido di Venezia, ci si impiega ben più di una bella ora. Anche se il Boston due motori e 300 cavalli di Dino non scherza quando vola sulle onde. Con Massimo poi al volante. Ma pure qui vige il limite di velocità. E i carabinieri non scherzano. Anche se poi incroci due pattuglie, una in scia dell’altra, che hanno ingaggiato con le loro velocissime lance una sfida a dir poco spericolata. Devi poi tener conto del borin, la bora dei veneziani, che all’andata ti soffiava in faccia e ti rallentava non di poco la corsa. E della terrazza da Nane, dalla quale ho scattato questa foto ad una barca a vela che passava di là nel silenzio più assoluto e dovete dirmi la verità: non vi sembra un quadro d’autore? Se dite di no, m’arrabbio. E faccio sul serio.
E’ superfluo raccontarvi che si è pranzato benissimo e che da tavola non mi sarei più alzato. Garusoli sgusciati in tecia, aglio olio e prezzemolo. Granséola come mamma l’ha fatta e l’ha cucinata. Pevarasse in bianco, ma volendo anche rosse col tocio (sugo) di pomodoro. Insomma lumache di mare, polpa bianca del crostaceo più nobile che si pesca da queste parti. E le nostre vongole di laguna. Mi sono spiegato? E questo è stato solo l’antipasto. Poi un pasticcio di pesce imperiale e per secondo calamari e seppioline ai ferri con polenta. Ci siamo? Una sambuca col ghiaccio e la mosca (un chicco di caffè). Beh, già che ci siamo facciamo anche due. E adesso pretendereste pure che vi parlassi magari della nazionale di Mancini che sta affrontando il Belgio di Van Bommel? Se non vi dispiace, ne riparliamo domani. Dopo che la partita l’avrò vista anch’io. Seduto comodamente sul sofà. Sperando di non addormentarmi.