
Ero in alto mare e non nego che, prima d’essere inghiottito dalle brutte acque del panico che non ti dà scampo se gli lasci che ti prenda e ti butti giù dabbasso, ho gridato aiuto e non indovinerete mai chi mi ha gettato il salvagente per tirarmi in salvo. Sì, proprio la squadra di Panta-Panta-Panta Leon-Leon-Leon Dell’Orco (nella foto, ndr). Che per comodità d’ora in avanti chiamerò Brancaleone da Bisceglie. Dove è nato nel giorno dei morti di 73 anni fa. Cioè il 2 novembre del 1952. Ed è cresciuto nell’azienda di famiglia che, se me l’hanno raccontata giusta, s’occupava di frutta e verdura e -chissà? – magari produceva le ciliegie pugliesi che costano l’occhio della testa e che ieri ho comprato al mercato dietro la piazza della torre dell’orologio non riuscendo proprio a poterne fare a meno. Rovinandomi o quasi. E comunque beccandomi poi tra capo e collo una montagna di rimproveri dalla Tigre che, assaggiando una di quelle ciliegie sponsorizzate da Bulgari, ha pure sospirato affranta: “E fossero almeno buone”. Ed in effetti erano rosse e belle grosse, ma non onestamente un granché.
Del presidente del consiglio d’amministrazione dell’Olimpia Milano, nonché consigliere delegato della Giorgio Armani Spa, imprenditore ricchissimo e stilista ovviamente altrettanto famoso, non ho in verità mai avuto una grande stima non solo cestistica. E ve ne spiego la ragione: non è stato di parola con Simone Pianigiani. Che per me è molto di più d’un ottimo allenatore: è soprattutto un buon amico e una brava persona. Al quale nella primavera-estate pre-Covid, quando Livio Proli in rottura prolungata lasciò la presidenza dell’Olimpia e del Gruppo Armani per diventare l’anno successivo amministratore delegato di Missoni, proprio Dell’Orco offrì il rinnovo del contratto per altre due stagioni a cifre molto alte che non vi sto qui a precisare, ma il tecnico senese, che alla guida del Montepaschi in sette anni aveva conquistato altrettanti scudetti e altrettante SuperCoppa italiane, preferì rinviare di qualche giorno la firma volendo apporla davanti al nuovo presidente delle scarpette rosse che sarebbe dovuto essere o Maurizio Gherardini o Claudio Coldebella. O almeno questo gli aveva confessato il Brancaleone da Bisceglie congedandolo dalla sede milanese con una stretta di mano che valeva per entrambi molto più di un accordo.
Lo so. Per l’ennesima volta ho smarrito il filo del discorso, però in questa occasione credo che ne sia valsa la pena dal momento che queste indiscrezioni non le ha mai scritte nessuno e me le ero gelosamente tenute strette dal 2019 per riservarle ad un capitolo del libro che prima o poi, magari la prossima estate, come vi avevo promesso anche dodici mesi fa, butterò giù e non dalla finestra. Con il titolo che sarà, poco ma sicuro, “Ne ho una per tutti”. Tremate gente del basket, tremate. Nel frattempo vi ricordo come andò a finire la storia nel giro di un paio di giorni. La buonanima di Giorgio Armani in persona mise mano al rebus della successione a Proli che stava andando troppo per le lunghe dopo che anche Federico Casarin, temendo le ire funeste di Napoleone Brugnaro, aveva rinunciato alla presidenza dell’Olimpia dimenticando pure lui la parola data proprio al nostro Brancaleone da Bisceglie, provincia di Barletta.
Da gentiluomo e a gentiluomo. Per tre e quattordici. E così Armani chiuse il cerchio: bocciò Gherardini, che non lo aveva per niente convinto, e anche Coldebella, con quale nemmeno si era incontrato, e invece al primo colloquio s’innamorò d’Ettore Messi(n)a che a lui si era presentato impeccabilmente vestito. In giacca e cravatta. Sorridente ed educato. Al punto che gli offrì, già che c’era, sia la president che la coach of basketball operations per un mucchio di quattrini. D’accordo, ma Brancaleone da Bisceglie? Non fece una piega e nemmeno accennò al compagno e padrone del suo impegno già preso con Pianigiani. Col quale spero che almeno si sia scusato o forse con un assegnino da un milione d’euro ha pensato d’aver chiuso lo stesso correttamente la pratica? Non credo, ma neanche voglio saperlo. Non avendo mai parlato di questo con Simone che ora s’occupa di calcio su Dazn ed è sempre un numero 1.
Ero in alto mare, avevo iniziato col dire, dal momento che tra le mie promesse da marinaio vi avevo fatto ieri pure quella che oggi vi avrei parlato delle due prime partite dei playoff con tanto di pagelle e voti anche agli arbitri nonostante una simile pratica non vada più di moda in Gazzetta. Dove chi osa criticare anche un solo giocatore dell’Armani rischia di perdere il posto in redazione e d’essere sbattuto al blog o al sito che dir si voglia. Come è purtroppo già accaduto nei quotidiani d’Urbano Cairo che non è in fondo – dicono di lui i ruffiani di rosa e granata esclusivamente vestiti – una cattiva persona. E fallo anche cattivo. Mi sprangò le porte di una sua trasmissione sportiva su La7 condotta dal mio amico Andrea Scanzi soltanto perché – spiegò – si capiva che ero juventino. Sottopagava. E, per la verità, a me non ha mai dato un centesimo per quell’unica puntata che all’epoca feci. Lo ringrazio. Così adesso non devo nemmeno vergognarmene.
Ebbene la squadra di Panta-Panta-Panta Leon-Leon-Leon mi ha salvato capra e cavoli chiudendo il primo periodo doppiando o quasi (31-16) l’impertinente Reggio Emilia che mi avevano raccontato fosse in gran spolvero grazie al suo fantastico allenatore, il greco Dimitris Priftis, eletto l’altro giorno miglior coach del 2025-26. Domanda: ma non avevano proprio nessuno di meglio da votare? Pare di no dopo le dimissioni di Dusko Ivanovic. Povera la nostra pallacanestro: che brutta fine sta facendo? Con due squadre di Roma in serie A tutte da inventare, una Nba Europe che per fortuna non si farà, Bargnani con mezza Banda Osiris in Lega e un solo dirigente di valore che cacci i soldi senza fiatare. A parte i Bulgheroni e gli Allievi che sono persino più vecchi, pardon, più anziani di me. Insomma sul 31-16 sono andato molto volentieri a letto che era passata da un bel pezzo la mezzanotte e mi bruciavano gli occhi per aver visto di tutto e di più incollato appassionatamente alla tivù: Sinner che in un quarto d’ora ha sistemato per le feste Medvedev deludendo quei quattro imbecilli d’italiani che s’annoiano a vedere Jannik vincere tutte le partite di quest’anno nei Masters 1000; il doppio Bolelli–Vavassori che vola in finale e Mamma Elina Svitolina che in quasi tre ore di vera battaglia con la Gauff riconquista Roma dopo otto lunghi anni.
Ed è qui, cari i miei aficinados, che metto un punto e non torno più a capo, ma dovete capirmi: non ce la faccio più a non seguire l’ultimo giorno dell’eccitante tennis capitolino su Sky che pure ho opportunamente provveduto a registrare. Come del resto Juventus-Fiorentina e le ultime diciotto buche del secondo Major di golf del 2026 dopo l’Augusta Masters: il Pga Championship di Newtown Square di Philadelfia con Alex Smalley in fuga a -6, due colpi meno dello spagnolo Jon Rahm in rimonta a -4. Lasciando perdere le altre partite della serie A e il G(h)iro d’Italia che appena cominciato è già finito con Vingegaard dominatore assoluto e Pellizzari che deve ancora crescere. E pure in fretta soprattutto nei finali delle tappe in montagna. A domani con le pagelle di pallacanestro: lo prometto e giuro che vogliono l’infinito futuro. Lasciandovi con questa domanda: ma chi può portar via quest’anno lo scudetto a Peppe Poeta? Non certo Brescia che è arrivata stracotta ai playoff se è riuscita a perdere in casa con Trieste che ha ben altro oggi per la testa: la sopravvivenza. Forse la Reyer che tra un’oretta affronterà di nuovo Derthona stavolta per batterla? A voi l’ardua risposta. Io m’astengo.
P.S.: Ho visto un Messi(n)a finalmente tranquillo e sorridente abbracciare persino i suoi carnefici. E son contento per lui: in fondo nella vita non c’è solo il basket. L’ho capito (tardi) anch’io.