Don Carmelo Paternico’ vi consiglia la Birra Messina

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Io non bevo. Bevevo. Anche troppo, calunniavano quelli della Banda Osiris di fratel Cicciobello (o Cicciobel?) Tranquillo. Sino a cinque anni fa. Mentre avevo già smesso di fumare. Anche di nascosto. Nel bosco. Mentre andavo a finferli. Poi mi sono beccato il plasmocitoma che in non so quale incavo della faringe si era andato a nascondere. So che non arrivavamo a sradicarmelo. Se non con la radioterapia. Maledetta. O benedetta. Dipende dai punti di vista. Io comunque non ve la consiglio. Anche se mi ha tolto di mezzo quella brutta pallina gialla dalla gola nel giro di una ventina di mesi. Nel frattempo però, oltre ad una bella ustione di terzo grado ad anello intorno alla lingua, ho perso da allora un buon 50-60 per cento dei gusti. Esagero per difetto. Niente carne, tanto per gradire. Niente pane, se non qualche grissino sbriciolato nel sugo della Tigre. Insomma per farla breve sono diventato vegetariano: pesciolino, frutta e verdura. E acqua solo del sindaco. E brodo di cappone. A secchi. Il che in fondo nemmeno mi dispiace. Poteva pure andarmi molto ma molto peggio. Quel cancaro poteva infatti togliermi sotto al naso i crostacei. E questo non so se sarei riuscito a sopportarlo. O i pomodoro. O le ciliegie. Gli altri miei irrinunciabili vizi capitali.

Quindi non bevo. Ora ve ne sarete convinti tutti. Spero. Nemmeno l’acqua minerale gasata che mi frigge terribilmente in gola. O il vino e le bollicine. Cioè spumante e champagne. Al prosecco di Zaja mi sono invece sempre rifiutato d’accostarmi. E non soltanto per ragioni politiche. Ma forse di pelle. O di salute. Non esagerando. In conclusione non mangio più il galletto allo spiedo per il quale andavo via di zucca. Ne san qualcosa Simone Pianigiani e Max Chef Menetti. Nè un semplice panino al prosciutto crudo di San Daniele con la birra. Onde per cui adesso avrete finalmente capito perchè non posso dirvi se Don Carmelo Paternicò da Chiazza (Piazza Armarina) sia da ascoltare quando vi suggerisce la birra Messina che è prodotta nelle cantine siciliane di Armani e di Panta, Panta, Panta, Leon, Leon, Leo(n) Dell’Orco. Sicuramente ai tifosi della Virtus e a Massimo Zanetti va di traverso. E pure a me. So però per certo che dopo la terza partita della finale-scudetto tra Milano e Bologna arbitrata dal Paternostro e vinta, guarda caso, da Milano, è stata rinnovata la sponsorizzazione della birra a Don Carmelo per un’altra stagione. Come al gran capo dei fischietti, Citofonare La Monica. Che evidentemente con l’Innominabile ha fatto pace. Basta che non scriva più la sacrosanta verità e cioè che gli arbitri nel Belpaese sono indecenti ma non più delle nostre squadre di serie A.

Ora mi guardo la cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi parigine sulla nuova televisione a non so quanti pollici. Vedo che è immensa. E bellissima. Che mi sono regalato rinunciando alle vacanze ai monti e al mare d’agosto. Che costano un occhio della testa. Specie sotto l’ombrellone a due passi dalla mucillagine. Dove deve essere davvero schifoso tuffarsi. Ma non illudetevi che domani ve la racconti. Cosa? La cerimonia d’apertura sulla Senna. Sarei troppo cattivo col logorroico Franz Braga-gna da Bozen (Bolzano) che pure a qualcuno anche non dispiace nel resto d’Italia. Accontentandosi d’assai poco. Ovvero di qualche parola straniera pronunciata come Dio comanda. Secondo lui. Lo trombò dai Giochi di Tokyo 2021, assegnandogli solo la canoa fluviale, proprio Alessandra De Stefano o Di Stefano, poco cambia, che all’epoca era senza meriti a capo della redazione sportiva di Raisport e che ho rivisto nel pomeriggio come corrispondente da Parigi. Brava. Odiava il basket almeno quanto il basket odiava lei. Per una volta ha vinto la nostra pallacanestro gettandola tra le braccia del suo beneamato dell’Equipe, ma togliendosela di torno. Promoveatur ut amoveatur.

A domani. La sveglia olimpica suona alle sette con il Caffè non di Massimo Gramellini che un po’ di sfiga, lascia che te lo dica, la porti. Purtroppo soprattutto al povero Jannik Sinner. Ma il caffè d’Arianna Secondini che di carriera ne ha fatta col mio amico Jacopo Volpi: faceva gli spogliatoi a Ivana Vaccari nella Coppa del Mondo di sci alpino o al massimo le telecronache di pattinaggio artistico. Oggi è capo redattore centrale della redazione olimpica come l’ha presentata la brava palermitana Giovanna Carollo. Mentre la mia moracciona preferita, Simona Rolandi, sarà la padrona di casa a Parigi di Casa Italia. Dove s’abbufferanno tutte le nostre medaglie dopo aver fatto la fame al Villaggio. Quanto a me, scusatemi se vi ho magari stancato raccontandomi le rogne che peraltro non vi ho mai nascosto e che anzi mi hanno sempre dato la forza d’andare avanti ancora più pugnace di prima. Tanto più di cosa d’altro avrei dovuto parlarvi? Forse delle dimissioni irrevocabili di Giovanni Toti? E chi gli avrebbe chiesto di rimanere? Forse  qualche mentecatto di regime o l’Antonio Tajani che mette il becco dovunque? O della Juve di Quello là che nel pomeriggio ha giocato in amichevole non so dove e perdeva col Nurnberg al termine del primo tempo (e spero anche sino alla fine, ora e sempre)? Per carità di Dio. Il calcio e John Elkann, il perdente di successo mondiale, mi hanno stomacato credo almeno sino a novembre. Al pari dei fastidiosi abbracci di P(r)ozzecco in nazionale anche ai magazzinieri dei palasport in Porto Rico? O della Reyer del Pesciolino Rosso di cui non saprei in verità cosa dire prima che venerdì Luigi Brugnaro ci dica cosa lui intenda veramente fare a Venezia che pare avergli girato ingenerosamente le spalle?